Dubai, la paura dei turisti veneti nei bunker degli hotel: “Si scatta in allarme e si scende, difficile stare sereni”
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Redazione Esteri
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La quiete apparente di una vacanza di lusso, fatta di spiagge e grattacieli, è stata infranta dal suono inequivocabile delle sirene. Per i turisti veneti bloccati a Dubai, e più in generale per tutti i cittadini italiani sorpresi negli Emirati Arabi dall’escalation militare che ha coinvolto Iran e Israele, la quotidianità è diventata un’alternanza innaturale tra le camere d’albergo e i rifugi sotterranei. Il racconto di chi sta vivendo queste ore restituisce l’immagine di una tensione costante, fatta di routine spezzate da un allarme che squarcia il silenzio. Non appena i telefoni cellulari iniziano a vibrare emettendo quel suono forte e destabilizzante che annuncia un possibile attacco, scatta una procedura ormai tristemente nota: bisogna lasciare tutto e cercare riparo nei piani interrati, considerati dagli addetti alla sicurezza le uniche aree davvero protette. È un saliscendi continuo, un andirivieni dalle scale che trasforma gli hotel in fortini improvvisati, dove l’attesa diventa il nemico peggiore. “Difficile stare sereni”, è il commento che accomuna molti di loro, sospesi in una bolla di incertezza mentre fuori, nel cielo di Dubai, vengono intercettati i detriti e i missili.
La macchina del rientro: il ponte via terra verso Abu Dhabi
Mentre la paura morde allo stomaco dei turisti rintanati negli alberghi, la macchina della diplomazia italiana si è messa in moto per garantire l’incolumità dei propri cittadini, con un focus particolare sui più giovani. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, nel corso delle comunicazioni urgenti del governo sulla crisi in Iran alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato, ha fornito aggiornamenti cruciali. È stato lui stesso a confermare che le autorità emiratine, su espressa richiesta dell’Italia, metteranno a disposizione un volo speciale sulla rotta Abu Dhabi-Milano. L’obiettivo è riportare a casa il gruppo di circa duecento studenti minorenni attualmente bloccati nel Paese. Per questi ragazzi, in molti casi veneti, l’attesa avrà una fine: il rientro è stato calendarizzato per martedì pomeriggio, con l’atterraggio previsto allo scalo di Milano Malpensa intorno alle sedici. Un trasferimento in pullman, con partenza dagli hotel fissata per le sette del mattino, li porterà da Dubai ad Abu Dhabi, dove l’aereo potrà finalmente decollare.
Fiumicino e il primo contatto con la normalità
Nelle stesse ore in cui si definivano gli ultimi dettagli per il recupero degli studenti, un primo segnale tangibile del ritorno alla normalità arrivava dall’aeroporto di Roma Fiumicino. Qui è atterrato un volo charter partito da Mascate, la capitale dell’Oman, con a bordo 127 cittadini italiani. Si tratta di connazionali che erano rimasti bloccati non solo in Oman, ma anche di quelli che sono stati trasferiti da Dubai verso lo scalo omanita grazie all’assistenza coordinata della Farnesina e delle ambasciate italiane nella regione. Un’operazione complessa, quest’ultima, che ha permesso di aggirare la paralisi totale che ha colpito l’aeroporto di Dubai, dove le cancellazioni hanno raggiunto percentuali altissime, superando il settantotto per cento dei voli previsti e lasciando a terra migliaia di passeggeri. Le immagini dei primi rientrati, con i loro bagagli e la stanchezza sul volto, hanno restituito la dimensione di una fuga da una situazione che si faceva di ora in ora più pericolosa.
L’impasse nei cieli del Golfo e la strategia alternativa
Il caos negli aeroporti del Golfo Persico, con Abu Dhabi che registrava oltre centoventi cancellazioni, rappresenta solo la punta dell’iceberg di una crisi che ha messo in ginocchio l’aviazione civile dell’area. Il blocco dello spazio aereo, imposto per ragioni di sicurezza, ha di fatto azzerato i collegamenti, intrappolando non solo chi era in partenza dagli Emirati ma anche migliaia di viaggiatori in scalo, diretti in Asia o in Australia. In questo scenario di paralisi, la strategia del governo italiano si è orientata su rotte alternative. Tajani, nella sua informativa, ha chiarito che le compagnie europee non possono operare in quelle aree di guerra, e nemmeno gli aerei militari non schermati sarebbero in grado di volare in sicurezza. Da qui la necessità di utilizzare vettori dei Paesi del Golfo, laddove possibile, o di traghettare i connazionali verso aeroporti ancora operativi in Arabia Saudita o in Oman, per poi imbarcarli su voli verso l’Italia. Un lavoro certosino, reso ancora più complesso dal numero altissimo di italiani presenti nell’area, stimato intorno alle settantamila unità, una moltitudine per la quale la Farnesina sta fornendo assistenza consolare ma per cui non può evidentemente organizzare un’evacuazione di massa.




