Mille soldati italiani al riparo nei bunker dopo l'attacco in Medio Oriente
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Redazione Interno
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Il contingente militare italiano dispiegato tra Iraq e Kuwait, forte di circa un migliaio di unità, ha trovato rifugio nei bunker nelle ore immediatamente successive all'offensiva lanciata dalle forze statunitensi e israeliane contro l'Iran. Le basi di Ali Al Salem, in Kuwait, e quella di Erbil, nel Kurdistan iracheno – che rappresentano il cuore operativo della presenza italiana nella regione – sono state immediatamente messe in sicurezza, con la sospensione di ogni attività addestrativa e il trasferimento del personale al riparo. Un attacco missilistico ha colpito in particolare la base kuwaitiana dove sono stanziati circa trecento militari dell'Aeronautica, causando danni ingenti alla pista ma, come confermato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza provocare feriti tra i nostri connazionali: tutti erano già al sicuro nei rifogli sotterranei quando l'onda d'urto dell'esplosione ha fatto tremare le strutture.
La macchina della protezione civile e diplomatica si è nel frattempo messa in moto per gestire l'emergenza che coinvolge non solo i militari, ma anche i civili italiani presenti nell'area, stimati in decine di migliaia tra residenti e turisti. La Farnesina ha attivato desk di assistenza negli aeroporti di Doha e Abu Dhabi, mentre l'invito rivolto ai connazionali è di rimanere chiusi nelle proprie abitazioni o negli alberghi, evitando di recarsi negli scali se non per necessità improrogabili. Un piano di evacuazione è stato predisposto per un centinaio di italiani ancora presenti in Iran – per lo più residenti stabili con famiglie italiane, dato che turisti e lavoratori temporanei avevano già seguito le raccomandazioni di lasciare il Paese nelle settimane precedenti – ma la sua attuazione resta subordinata a una valutazione sulla reale sicurezza delle operazioni di esfiltrazione in un contesto in cui lo spazio aereo è stato chiuso e i voli di linea sono stati sospesi.
Il vertice di Palazzo Chigi e l'equilibrismo della linea politica
Mentre le sirene risuonavano nelle basi del Golfo, a Roma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato d'urgenza un vertice telefonico con i vicepremier, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, i vertici dell'intelligence e il ministro della Difesa Guido Crosetto, il quale però ha dovuto partecipare in collegamento da Dubai, dove si trovava per recuperare la famiglia e dove è rimasto bloccato a causa della chiusura dello spazio aereo che ha impedito qualsiasi volo di linea in uscita. Una circostanza, questa, che ha sollevato più di una polemica politica, con le opposizioni che hanno parlato di "marginalità internazionale" del governo, ma che oggettivamente testimonia la rapidità con cui la situazione è precipitata, lasciando intrappolati nell'area non solo turisti comuni ma anche un membro dell'esecutivo.
La riunione, durata circa mezz'ora, ha avuto il duplice obiettivo di verificare lo stato di sicurezza dei connazionali e di definire i contorni della posizione italiana di fronte a un'azione militare condotta dagli alleati storici. La nota diffusa al termine del vertice parla di "sostegno a ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni" e rinnova "la vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici". Una formulazione che cerca di tenere insieme più esigenze: non dissociarsi dall'operazione di Trump e Netanyahu, col rischio di apparire bellicisti, ma nemmeno allinearsi troppo apertamente al blitz, considerando la necessità di preservare canali di dialogo e la sensibilità di un'opinione pubblica tradizionalmente contraria alle avventure militari.
La posizione del governo tra informazione e cautela diplomatica
La sensazione che filtra dagli ambienti di governo è quella di essere stati informati dall'amministrazione americana solo a cose iniziate, o comunque senza un preavviso tale da consentire una concertazione preventiva. Matteo Salvini, al termine del vertice, ha ammesso che "siamo stati avvertiti ad attacco cominciato", mentre Tajani ha sottolineato come l'Italia avesse già da settimane ridotto al minimo la presenza diplomatica a Teheran, dimostrando di aver letto correttamente i segnali di un'imminente escalation. Tuttavia, al di là della gestione dell'emergenza, il vero nodo politico riguarda la collocazione dell'Italia in uno scenario che vede gli Stati Uniti e Israele impegnati in un'operazione volta a smantellare lo strumento bellico iraniano, con l'obiettivo dichiarato di impedire a Teheran l'accesso all'arma atomica, un punto che Tajani stesso ha definito una "linea rossa inammissibile".
L'esecutivo si muove dunque su un crinale stretto, cercando di garantire la sicurezza dei propri cittadini – con l'evacuazione dei civili dall'Iran che rimane una priorità operativa – e allo stesso tempo di mantenere un profilo politico che non precluda futuri spazi di mediazione. La missione Aspides nel Mar Rosso, dove la marina militare continua a operare per garantire il traffico commerciale, resta un altro fronte caldo su cui l'Italia è chiamata a vigilare, in un quadro regionale che il ministro Crosetto ha definito "a rischio spiralizzazione del conflitto", con il pericolo concreto che altri attori possano essere coinvolti nell'allargamento delle ostilità. Mentre le diplomazie lavorano, i militari italiani rimangono nei bunker, in attesa che la notte di missili lasci posto a una qualche forma di stabilità, per quanto precaria.




