Il missile in Kuwait caduto vicino ai soldati italiani appena usciti dal bunker per una doccia
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Redazione Esteri
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La routine spezzata da un sibilo che non lascia spazio a esitazioni, quello di un missile in arrivo. È accaduto ieri mattina, poco dopo le otto, nella base aerea di Ali Al Salem in Kuwait, dove sono schierati circa trecento militari italiani dell’Aeronautica, tra cui una quindicina di ufficiali e sottufficiali del 51esimo Stormo di Istrana, in provincia di Treviso. Gli uomini e le donne del contingente, da sabato sera costretti nei bunker a seguito dei primi bombardamenti che hanno danneggiato gli alloggi e la pista di decollo, avevano finalmente avuto il permesso di uscire per pochi minuti. L’obiettivo, raccontano gli stessi militari, era prosaico e umano: farsi una doccia, un gesto di normalità in un contesto di guerra. Ma l’aria fresca del mattino è stata squarciata dal rumore inequivocabile di un vettore in avvicinamento. L’addestramento ha preso il sopravvento: tutti hanno abbandonato ciò che stavano facendo e si sono precipitati di nuovo nel rifugio, mentre un ordigno cadeva a poca distanza dal perimetro, sollevando nuova polvere e rinnovando l’incubo.
Un assedio tra macerie e attesa, il racconto di chi ha perso tutto
La situazione all’interno della base, nota come “The Rock” per la sua conformazione aspra e isolata a circa quaranta chilometri dal confine iracheno, è di stallo e preoccupazione. I primi attacchi di sabato, parte di una più ampia rappresaglia iraniana scatenata dopo l’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele contro Teheran, non hanno provocato vittime tra gli italiani, ma i danni materiali sono ingenti. Le palazzine adibite ad alloggi sono state centrate in pieno e ridotte in cenere. Un militare, in un messaggio filtrato ai contatti in Italia, ha descritto la scena con parole crude: una cinquantina di camere sono state rase al suolo, e con loro zaini, divise, effetti personali e ricordi. «Sono rimasto solo con la biancheria intima che indosso», avrebbe detto, fotografando lo stato di disagio estremo di chi, da giorni, vive stipato in un bunker di cemento, disteso per terra, con scorte di acqua e cibo destinate a durare ancora per un tempo limitato. Persino la chiesa presente nell’area italiana è stata distrutta, un dettaglio che aggiunge dolore materiale a quello psicologico.
Il fronte interno tra Istrana e Villafranca, silenzi e pattuglie
Mentre in Kuwait i soldati contano le ore e i pochi passi concessi all’interno del rifugio, la tensione si respira anche attorno alle basi da cui molti di loro provengono. A Istrana, sede del 51esimo Stormo, e a quella di Caluri di Villafranca, a Verona, l’apprensione per le sorti dei propri cari è palpabile. Le famiglie, che vivono per lo più nei comuni limitrofi, attendono notizie in un clima reso surreale da un silenzio insolito: i residenti di Pezzan e Sala, abituati da anni al rombo degli Eurofighter, degli F35 e degli F16 americani, notano che i velivoli non decollano più. Un silenzio operativo che pesa quanto un’esplosione. Le misure di sicurezza attorno allo Stormo sono state rafforzate, con pattuglie dei carabinieri e forze dell’ordine che presidiano l’area con frequenza maggiore, in un tentativo di blindare un perimetro che idealmente unisce la campagna trevigiana al deserto kuwaitiano.
La frattura kuwaitiana e la minaccia costante dal cielo
Un elemento che aggrava il senso di isolamento del contingente italiano riguarda i loro ospiti. Fonti locali riferiscono che un’aliquota di soldati kuwaitiani ha iniziato ad abbandonare la base di Ali Al Salem, una scelta che stride con la permanenza forzata degli italiani, i quali, al momento, restano al loro posto nonostante i rischi. Il pericolo, del resto, non è affatto rientrato. Secondo dati diffusi da istituti di ricerca israeliani, l’ondata di attacchi dell’Iran non si è concentrata solo sullo Stato ebraico, ma ha preso di mira con particolare intensità i paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi. Solo nei primi quattro giorni di conflitto, si stimano quasi duecento missili e centinaia di droni lanciati verso il Kuwait, con un bilancio di vittime e feriti che ha coinvolto anche i civili della regione. Il comandante della task force Air Kuwait, colonnello Marco Magnini, ha confermato che il livello di allerta è costantemente elevato. L’arcivescovo Eugene Martin Nugent, nunzio apostolico in Kuwait, ha descritto un peggioramento drammatico della situazione ora dopo ora, ricordando come domenica sei militari statunitensi abbiano perso la vita in un attacco diverso e come, sempre nella zona, due aerei americani siano stati abbattuti per errore dal fuoco amico della contraerea kuwaitiana. Un contesto, quindi, in cui l’errore e la violenza si intrecciano, rendendo ogni momento fuori dal bunker una scommessa.




