La base italiana in Iraq finita sotto i missili iraniani e i soldati chiusi nei bunker in Kuwait: cosa sta succedendo
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Redazione Esteri
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Il cielo sopra Erbil si è illuminato di fuoco, e per i soldati italiani schierati a Camp Singara, nel cuore del Kurdistan iracheno, la guerra ha bussato alle porte della loro base. Sono stati i missili, quelli lanciati direttamente dall'Iran e quelli scagliati dalle milizie filo-iraniane presenti nel nord dell'Iraq, a colpire la struttura che ospita il contingente italiano, impegnato nella missione “Prima Parthica” per l'addestramento delle forze curde Peshmerga. I militari, poco meno di quattrocento uomini che normalmente vivono e lavorano a stretto contatto con i colleghi statunitensi, hanno dovuto così abbandonare i propri alloggi per rifugiarsi nei bunker, seguendo i protocolli di sicurezza che in zone come queste non sono mai solo un esercizio teorico. Le immagini satellitari, quelle diffuse sui canali social dai pasdaran, mostrerebbero quattro edifici completamente distrutti all'interno del perimetro della base, anche se fonti governative italiane tengono a precisare – e lo fanno con un certo sollievo – che i container utilizzati dai nostri soldati si trovano in un'area opposta rispetto a quella colpita e che, soprattutto, nessun italiano è rimasto ferito o coinvolto. La base, va detto, è protetta dai sistemi di difesa aerea Patriot americani, quei radar sempre in funzione che i soldati italiani, scherzandoci su, chiamavano i loro “angeli custodi” sperando non dovessero mai entrare in azione; una speranza, quella, che la notte di Erbil ha spazzato via, trasformando la routine di una missione di pace in un incubo fatto di allarmi continui e rifugi sotterranei.
Non va meglio in Kuwait, dove la situazione per i militari del 51° Stormo di Istrana, quelli dell'Aeronautica Militare, si è fatta di colpo drammatica. Nella base aerea di Ali Al Salem, distante una manciata di chilometri dal confine iracheno che separa l'emirato dall'Iran, i soldati italiani hanno visto coi loro occhi cosa significa finire nel mirino di una potenza regionale. Dopo i primi attacchi di sabato, quelli che avevano già danneggiato gli alloggi e la pista di decollo, i militari erano stati costretti a rimanere blindati dentro le strutture di sicurezza per giorni interi, uscendo solo quando strettamente necessario. E martedì mattina, pochi minuti dopo le otto, mentre per la prima volta dopo tanto tempo qualcuno aveva finalmente potuto concedersi una doccia all'aperto, un altro missile è caduto all'interno del perimetro dell'aeroporto kuwaitiano, a poca distanza dal bunker dove i nostri connazionali erano appena rientrati di corsa. Il sibilo, quello inconfondibile che annuncia l'arrivo di un vettore, ha riportato tutti con i piedi per terra: la tensione è altissima, e se il ministro degli Esteri Antonio Tajani continua a ripetere che “i soldati italiani sono al sicuro e incolumi”, la realtà dei fatti racconta di uomini e donne che hanno perso tutto – zaini, effetti personali, un minimo di normalità – nei bombardamenti e che ora vivono ammassati nei bunker con scorte di acqua e cibo destinate a durare ancora pochi giorni. C'è chi, tra i militari kuwaitiani, ha iniziato a lasciare la base, segno che il pericolo è tutt'altro che scampato; gli italiani, invece, almeno per ora, restano al loro posto, in contatto costante con il comando di Istrana dove il colonnello pilota Fabio Di Luca rassicura le famiglie, quelle che vivono per lo più nel trevigiano, sullo stato di salute dei loro cari.
Il dispositivo italiano e la riorganizzazione forzata dopo gli attacchi
Di fronte a questa escalation, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dovuto comunicare alla Camera una serie di misure urgenti per ridurre l'esposizione dei nostri militari, un contingente che prima dell'inizio del conflitto contava complessivamente duemilacinquecentosettantasei persone distribuite tra Kuwait, Iraq, Libano, Giordania, Qatar e Bahrain. Numeri importanti, quelli della presenza italiana nello scacchiere mediorientale, che ora richiedono una riorganizzazione rapida e necessariamente prudenziale. In Kuwait, dove i militari erano trecentoventuno concentrati proprio nella base di Ali Al Salem, duecentotrentanove sono già stati movimentati verso l'Arabia Saudita, lasciando nei bunker kuwaitiani solo ottantadue unità, quelle essenziali per garantire una presenza minima e mantenere operative le funzioni indispensabili. In Iraq, invece, buona parte delle forze era già stata spostata prima dell'inizio vero e proprio del conflitto: centodue militari sono rientrati direttamente in Italia, settantacinque sono stati trasferiti nella vicina Giordania, dimezzando di fatto la presenza italiana in un paese che confina direttamente con l'Iran e che, come si è visto, rappresenta uno dei fronti più caldi.
Anche nelle piccole monarchie del Golfo la presenza italiana si è assottigliata: in Qatar, dove una decina di militari era dislocata nei pressi di Doha con funzioni di coordinamento, sette hanno raggiunto l'Arabia Saudita; in Bahrein, quei cinque militari presenti sono stati completamente ritirati, visto che il comando per cui lavoravano è momentaneamente inattivo. Più complessa, invece, la situazione in Libano, dove l'Italia svolge un ruolo cruciale nella missione Unifil con oltre milleduecento caschi blu impegnati nel sud del paese, lungo quella linea di confine con Israele che negli ultimi anni è tornata a essere uno dei punti più sensibili dell'intera regione. La preminenza italiana in quell'area rende qualsiasi ipotesi di trasferimento particolarmente delicata, e Crosetto stesso ha ammesso che si sta valutando attentamente la situazione, pronti a far fronte a ogni esigenza anche con il supporto di personale navale per eventuali evacuazioni, che non riguarderebbero solo i militari ma anche i civili italiani presenti in zona.
La vita sospesa dei soldati tra allarmi continui e operazioni ferme
Quello che colpisce, nelle testimonianze che filtrano dalle basi mediorientali, è la condizione di sospensione in cui versano i nostri soldati, un'esistenza scandita non più dalle missioni di ricognizione o dall'addestramento delle forze locali ma dal suono delle sirene e dalla corsa nei rifugi. A Camp Singara, come ad Ali Al Salem, tutte le normali attività operative sono state sospese: i ricognitori dell'Aeronautica restano a terra, gli addestramenti ai Peshmerga cursi sono rimandati, la logistica si riduce all'essenziale per garantire la sopravvivenza del contingente. I soldati del 51° Stormo, quelli che da sabato non possono mettere piede fuori dal bunker se non per pochi minuti e con il fiato sospeso, raccontano di una routine fatta di attesa e di nervi tesi, di comunicazioni con le famiglie che diventano preziose quanto l'acqua e il cibo, di colleghi che cercano di mantenere alto il morale nonostante tutto. E poi ci sono gli attimi di panico, come quello di martedì mattina quando, usciti per la prima volta dopo tre giorni, hanno dovuto riguadagnare di corsa il riparo sentendo il rumore del missile in arrivo.
La base di Ali Al Salem, del resto, è un obiettivo sensibile non solo per la presenza italiana ma soprattutto per quella statunitense: domenica scorsa sei militari americani sono rimasti uccisi in un attacco a un centro operativo improvvisato in un porto civile del Kuwait, e martedì mattina due aerei militari americani sono stati abbattuti nei pressi della stessa base – anche se in quel caso si è trattato, pare, di fuoco amico della contraerea kuwaitiana, un errore che ha comunque fatto precipitare ulteriormente il clima di tensione. Il nunzio apostolico in Kuwait, l'arcivescovo Eugene Martin Nugent, che conosce bene la base perché ci va regolarmente per celebrare messa, ha descritto una situazione che peggiora di giorno in giorno, con le basi militari e gli aeroporti diventati i principali obiettivi dei raid iraniani. E mentre i soldati italiani restano chiusi nei bunker, con le scorte che diminuiscono e la pazienza che si logora, la macchina della Difesa lavora per garantire che nessuno di loro venga lasciato solo in questo nuovo, pericoloso capitolo della crisi mediorientale.




