Kuwait, i militari locali lasciano la base Ali Al Salem mentre i soldati italiani restano nei bunker dopo l’ultimo missile caduto vicino

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il dispositivo militare italiano dispiegato in Medio Oriente, forte di circa duemilacinquecento unità, si trova da giorni al centro di una crisi di proporzioni inedite, con basi e aeroporti finiti nel mirino della rappresaglia iraniana successiva ai raid congiunti di Stati Uniti e Israele. La tensione, nell’area dello scacchiere mediorientale che si estende dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, è palpabile e si respira con particolare intensità tra le mura della base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, dove sono schierati una quindicina di ufficiali e sottufficiali del 51esimo Stormo di Istrana. L’ennesimo allarme è scattato intorno alle otto di ieri mattina, quando un missile è caduto all’interno del perimetro dell’aeroporto kuwaitiano, a pochissima distanza dal bunker che da sabato sera ospita i nostri connazionali. Quei militari, raccontano fonti dirette, erano appena usciti dal rifugio per concedersi il tempo di una doccia, la prima dopo tre giorni di chiusura forzata, quando un sibilo inequivocabile li ha costretti a una repentina ritirata verso il riparo. Pochi istanti dopo, l’impatto. Un attimo, e la quotidianità fatta di attesa e protezione si è nuovamente trasformata in paura.

Il contingente italiano al riparo dopo la distruzione degli alloggi

La situazione per i soldati italiani, circa trecento tra personale dell’Aeronautica e civili della Leonardo, rimane critica, sebbene il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, abbia più volte ribadito che tutti sono incolumi e al sicuro. Il pericolo, però, non è soltanto legato alle esplosioni. Negli attacchi di sabato, i più violenti, le palazzine adibite ad alloggi sono state distrutte, e con loro gran parte degli effetti personali, zaini e bagagli. “Abbiamo perso tutto”, è lo sfogo di un militare trevigiano riportato dai colleghi del Gazzettino, un’amara constatazione che aggiunge disagio materiale a una tensione psicologica già elevatissima. Il bunker, che garantisce riparo, dispone ancora di acqua e viveri, ma la scorta, si mormora, è sufficiente solo per alcuni giorni. Una circostanza, questa, che rende l’attesa ancora più pesante e carica di incognite. Gli stessi familiari, a Istrana, vivono ore di apprensione, sebbene il comandante del cinquantunesimo Stormo, il colonnello pilota Fabio Di Luca, mantenga contatti costanti con i suoi uomini e abbia rassicurato il sindaco, Maria Grazia Gasparini, sulle condizioni di salute e sulla sicurezza del personale.

Il ritiro dei kuwaitiani e il giallo dei caccia americani abbattuti

Un elemento nuovo, e di non poco conto, giunge però da fonti locali raccolte dall’agenzia Dire. Stando a quanto si apprende, un’aliquota di militari kuwaitiani avrebbe iniziato a lasciare la base di Ali Al Salem, una scelta che, se confermata, solleva inevitabili interrogativi sulla tenuta del dispositivo difensivo locale e sulla gestione della sicurezza dell’area. I soldati italiani, al contrario, restano al loro posto, chiusi nei bunker o intenti a monitorare una situazione che appare in continua evoluzione. Non solo missili, perché l’aria che si respira attorno alla base è resa ancora più greve da un mistero che aleggia sugli ultimi accadimenti. L’arcivescovo Eugene Martin Nugent, nunzio apostolico in Kuwait, Qatar e Bahrein, che risiede a Kuwait City e conosce bene la base per celebrarvi messa, ha raccontato di due aerei militari americani precipitati nei pressi della struttura. Una dinamica, quella dell’abbattimento, che sembra essere frutto di un tragico errore di fuoco amico: a colpire i caccia statunitensi sarebbe stata la contraerea kuwaitiana, sebbene i piloti siano riusciti a salvarsi lanciandosi con il paracadute.

Un dispositivo esteso dal Mediterraneo al Golfo sotto la minaccia costante

L’attenzione, a questo punto, rimane alta su tutti i fronti. Il contingente italiano, lo ricordiamo, non è concentrato solo in Kuwait ma si articola in una presenza diffusa che va dall’Egitto alla Giordania, fino al Qatar. Proprio il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato che il conflitto potrebbe protrarsi per oltre quattro settimane, un orizzonte temporale che impone una gestione oculata delle risorse e della sicurezza. Il pericolo, per i nostri militari, è costante e le misure di protezione, come l’utilizzo dei bunker, rappresentano l’unica difesa efficace contro una minaccia missilistica che non accenna a diminuire. La base di Ali Al Salem, nota per il suo ambiente isolato e spoglio tanto da essere soprannominata “The Rock”, si trova a circa quaranta chilometri dal confine iracheno ed è stata più volte bersaglio di attacchi. La caduta dei detriti dei missili intercettati, che ha causato feriti lievi tra i soldati kuwaitiani, e l’ultimo ordigno caduto questa mattina così vicino ai nostri connazionali, sono la prova tangibile di quanto il conflitto sia ormai alle porte delle nostre installazioni. E mentre le diplomazie lavorano, nei bunker di Ali Al Salem si continua a contare il tempo e a sperare che il prossimo sibilo sia solo un falso allarme.

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