I militari italiani nel Medio Oriente sotto attacco: duemilacinquecento uomini tra bunker e basi nel mirino

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono circa duemilacinquecento i soldati italiani attualmente dispiegati nell’area mediorientale, un contingente significativo che si trova ora a operare in quello che è diventato a tutti gli effetti un teatro di guerra aperto, dopo che gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno innescato una rappresaglia missilistica senza precedenti da parte di Teherano. La risposta iraniana, materializzatasi con il lancio di decine di missili balistici e droni, non ha risparmiato le installazioni militari dei Paesi del Golfo, e in questo scenario di fuoco incrociato la presenza italiana, seppur con ruoli prevalentemente di addestramento e supporto logistico, si è ritrovata improvvisamente in prima linea. Il pericolo, che per questi professionisti è una variabile sempre presente nelle missioni all’estero, è diventato concreto e immediato quando le sirene d’allarme hanno iniziato a echeggiare nelle basi, costringendo centinaia di militari a riversarsi nei bunker.

Il contingente più esposto, tra l’Iraq e il Kuwait colpito dai missili

Il contingente numericamente più consistente e strategicamente più vulnerabile è quello dislocato in Iraq, nella base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove circa settecento italiani operano a stretto contatto con le forze statunitensi, in una struttura che in passato era già finita nel mirino dei missili iraniani. Ma è soprattutto in Kuwait che la tensione ha toccato il suo apice: nella base aerea di Ali Al Salem, infatti, sono schierati circa trecento uomini dell’Aeronautica Militare, e tra loro una quindicina di ufficiali e sottufficiali in forza al 51esimo Stormo di Istrana, in provincia di Treviso, e altri provenienti dalla base di Caluri di Villafranca, a Verona. Questi soldati da sabato scorso vivono asserragliati nei bunker, dopo che un primo attacco missilistico aveva danneggiato gli alloggi e la pista di decollo; l’allarme è poi riesploso lunedì mattina, quando un altro missile è caduto all’interno del perimetro dell’aeroporto kuwaitiano, a pochissima distanza dal rifugio dove i nostri militari si erano riparati. Un attacco, quest’ultimo, che ha costretto i soldati, i quali erano brevemente usciti all’aperto per esigenze personali dopo tre giorni chiusi nel bunker, a rientrare precipitosamente al coperto al primo sibilo del proiettile in arrivo.

Scarsità di scorte e operatività ridotta, la vita sospesa dei soldati

La situazione per i militari italiani in Kuwait è resa ancora più critica non solo dalla minaccia costante degli attacchi, ma anche da difficoltà logistiche contingenti. Fonti qualificate hanno riferito che dopo i pesanti bombardamenti iraniani, gli uomini del 51esimo Stormo e degli altri reparti presenti si trovano con scarse scorte militari, un dettaglio non secondario in una fase in cui la base è stata parzialmente danneggiata e la pista di decollo resa inagibile. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha prontamente rassicurato circa l’incolumità di tutti i soldati, confermando che non ci sono feriti tra gli italiani e che i danni, seppur ingenti alle infrastrutture, non hanno coinvolto il personale. Tuttavia, per i circa trecento italiani, tra militari e personale civile di aziende come Leonardo, la vita nella base di Ali Al Salem, soprannominata “The Rock” per il suo ambiente isolato e aspro a circa quaranta chilometri dal confine iracheno, si è trasformata in una routine fatta di allarmi, corse nei rifugi e attesa.

Il silenzio anomalo a Istrana e la tensione tra i residenti

Lontano dal fragore delle esplosioni, ma non meno palpabile, è il clima che si respira attorno alla base del 51esimo Stormo a Istrana, dove i familiari dei militari in missione seguono con il fiato sospeso gli aggiornamenti che arrivano dal Kuwait. L’apprensione per le sorti dei propri cari si mescola a una percezione diffusa di insicurezza anche tra la popolazione locale. I residenti di Pezzan e Sala, le frazioni che circondano l’aeroporto militare, descrivono una sensazione straniante, fatta di “tensione per quello che potrebbe succedere”, non solo ai soldati lontani ma anche a loro stessi, come se il conflitto fosse improvvisamente più vicino. Paradossalmente, ciò che colpisce di più in queste ore è il silenzio insolito che avvolge l’area: i consueti rombi degli Eurofighter, degli F35 e degli F16 statunitensi, a cui gli abitanti si erano abituati negli anni, hanno cessato di squarciare il cielo, e quel silenzio, carico di aspettativa, rende l’attesa ancora più pesante.

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