L’ombra dei droni su Baghdad: il ritiro dei soldati italiani e l’incerta permanenza in Libano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non ci sono più scampoli di normalità per i contingenti italiani in Medio Oriente, avvolti ormai in una logica di sopravvivenza che impone scelte nette. Mentre il governo e lo Stato Maggiore coordinano un’evacuazione minuziosa – se non fosse per la sua complessità logistica si potrebbe definire chirurgica – da Baghdad, dal Kuwait e dal Kurdistan iracheno, per i militari schierati in Libano la musica è cambiata, almeno nelle intenzioni dichiarate. Lì, nonostante il fuoco incrociato e le schegge che hanno già raggiunto le basi Unifil, la parola d’ordine sembra essere ancora “restare”, perché, a quanto riferito dal ministro della Difesa, sono proprio le autorità locali a chiedere che i caschi blu non abbandonino il territorio.

Le operazioni di alleggerimento sono iniziate da giorni, seguendo un copione che non ammette improvvisazioni. Spostare uomini e mezzi dal cuore dell’Iraq, dove i pasdaran e le milizie sciite irachene giocano una partita pericolosa, significa affrontare viaggi via terra di sette od otto ore attraverso territori ostili, spesso fino alla Turchia, per poi trovare un volo verso l’Italia. Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha descritto un’operazione che si svolge “in piena guerra”, dove i tradizionali voli militari diretti non sono più praticabili. A Erbil, la “capitale” del Kurdistan iracheno, la situazione è esplosa dopo l’attacco con un drone kamikaze che ha centrato il ristorante “Il Fortino” nella base di Singala, senza ferire i centoventi soldati che in quei momenti si erano rifugiati nei bunker. Un attacco, quello di mercoledì scorso, che ha rotto un equilibrio precario, dimostrando come la contraerea americana non possa sempre intercettare i velivoli ostili, specialmente quando questi volano radenti al suolo.

Eppure, mentre i mezzi blindati si muovono per portare in salvo il personale diplomatico e militare da Baghdad – dove nella notte tra lunedì e martedì un drone ha colpito un hotel che ospitava anche militari italiani – e da Erbil, il fronte libanese si presenta con una sostanza diversa. A Shama, nella sede del comando italiano di Unifil, sono caduti detriti di missili intercettati, causando lievi fastidi a un soldato, ma la decisione del governo rimane quella di non arretrare. Per i mille caschi blu della missione Onu, la permanenza assume i contorni di una necessità politica: servono a evitare un collasso del Paese e, nelle parole di Crosetto, “la nostra presenza è la salvezza del Libano ed è un modo per evitare una nuova guerra civile”.

In questa fase, le comunicazioni tra il governo, il Comando di vertice interforze e l’intelligence sono costanti, scandite da allarmi che nelle basi irachene suonano ormai con frequenza ossessiva. I numeri raccontano un’evacuazione in atto: oltre cento uomini sono già stati rimpatriati, una quarantina trasferiti in Giordania, mentre a Baghdad il personale dell’ambasciata è stato drasticamente ridotto e trasferito via terra. La priorità, ribadita dai ministri Tajani e Crosetto, è la sicurezza dei soldati e dei connazionali, un imperativo che giustifica l’abbandono di quelle basi diventate troppo esposte nel mirino delle milizie filo-iraniane. Non si tratta di una rotta, ma di un ripiegamento calcolato: restano in Iraq solo coloro che, per missione o per esigenze di sicurezza estreme, non possono essere spostati.

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