Dopo 290 giorni nello spazio, il difficile ritorno di Barry e Suni
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Barry Wilmore e Suni Williams, i due astronauti della NASA partiti il primo giugno 2024 per una missione che avrebbe dovuto durare appena otto giorni, torneranno sulla Terra domani dopo 290 giorni nello spazio. Un prolungamento forzato, causato da una serie di problemi tecnici alla capsula Starliner della Boeing, che li ha costretti a un soggiorno inaspettato sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). La navetta Crew Dragon Freedom, partita dalla ISS con a bordo anche il comandante Nick Hague della NASA e Aleksandr Gorbunov di Roscosmos, li sta riportando a casa, ma il ritorno non sarà privo di sfide.
Passare quasi nove mesi in assenza di gravità ha un impatto significativo sul corpo umano. I muscoli, privati della resistenza che la gravità terrestre impone, si atrofizzano; le ossa, non più sollecitate dal peso, perdono densità. A questi effetti, già noti alla scienza, si aggiungono alterazioni alla vista e all’olfatto, che rendono il riadattamento alla vita sulla Terra un processo lento e complesso. Per Wilmore e Williams, il ritorno non sarà solo una questione di riabituarsi alla gravità, ma anche di affrontare un percorso di riabilitazione fisica che potrebbe durare mesi.
La missione, inizialmente concepita come un breve test per la capsula Starliner, si è trasformata in un’odissea spaziale. I problemi tecnici emersi poco dopo l’arrivo sulla ISS hanno reso impossibile il rientro programmato, costringendo la NASA a valutare diverse opzioni prima di optare per il recupero con la Crew Dragon di SpaceX. Una decisione che ha richiesto tempo, coordinamento internazionale e l’invio di una missione aggiuntiva, la Crew-10, partita il 15 marzo 2025 dopo un rinvio di 48 ore dovuto a un guasto alla struttura di lancio del Falcon 9.




