Plastica e infertilità, il nesso in un film
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Redazione Salute
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«La maggior parte delle scoperte scientifiche non arriva al grande pubblico», dice l’epidemiologa ambientale e riproduttiva statunitense Shanna Swan, figura carismatica al centro del documentario The Plastic Detox, da pochi giorni disponibile su Netflix anche in italiano. «Le persone vogliono queste informazioni: la plastica è un problema che riguarda non solo gli Stati Uniti, ma tutto il mondo». Un’affermazione, la sua, che acquista un peso specifico inquietante alla luce degli ultimi dati emersi dalla letteratura scientifica internazionale: milioni di neonati prematuri e migliaia di decessi infantili all’anno potrebbero essere, infatti, conseguenza diretta della plastica che usiamo quotidianamente. Per la prima volta, una ricerca ha quantificato a livello globale l’impatto di due sostanze chimiche – presenti in questi materiali – sui parti pretermine, e i numeri, va detto subito, sono allarmanti. Il carico maggiore, come spesso accade per i fenomeni di inquinamento su larga scala, ricade sui Paesi più vulnerabili, dove le normative di protezione ambientale sono meno stringenti e l’esposizione, di conseguenza, risulta più elevata.
Lo studio shock su The Lancet: 70mila morti e quasi due milioni di parti prematuri
Ogni anno milioni di bambini vengono al mondo troppo presto, troppo piccoli e fragili per sopravvivere senza assistenza. Le cause sono molteplici e spesso si intrecciano in un groviglio di fattori socio-sanitari, ma una, silenziosa e invisibile, si nasconde proprio nella plastica che ci circonda. Una recente indagine pubblicata su *The Lancet* ha ribadito la correlazione, già sospettata da tempo, tra l’utilizzo degli ftalati – e in particolare del di-2-etilhexilftalato (DEHP) – e le nascite premature. Un legame, questo, che non possiamo più permetterci di ignorare. L’esposizione a queste sostanze chimiche, largamente impiegate per rendere la plastica flessibile, avrebbe conseguenze gravissime sulla salute dei neonati: secondo lo studio internazionale, nel solo 2018, il DEHP potrebbe aver contribuito a circa 1,97 milioni di nascite premature e a oltre 74.000 decessi neonatali nel mondo. Si tratta, in sostanza, di un fenomeno diffuso e dai numeri estremamente preoccupanti che evidenzia un problema globale con effetti concreti e misurabili, ben lontano dalle ipotesi teoriche.
Microplastiche e nanoplastiche: il viaggio nell’organismo umano
Ma come fa la plastica a entrare nel nostro? Le vie di accesso sono molteplici e iniziano fin dalla più tenera età. Le microplastiche (particelle fino a 5 mm di diametro) e le nanoplastiche (quelle inferiori a 1 μm) derivano dalla degradazione di oggetti di uso comune e sono state ormai rintracciate in diversi tessuti umani: polmoni, sangue, feci, reni e persino nel latte materno. La ricerca italiana, in particolare, ha fatto passi da gigante in questo settore. Un team guidato dal dottor Luigi Montano, uroandrologo dell’ASL Salerno, ha evidenziato la presenza di microplastiche in 6 campioni su 10 di liquido seminale di uomini sani, residenti in un’area ad alto impatto ambientale della Campania. I frammenti ritrovati – polipropilene, polietilene, PVC e policarbonato, solo per citarne alcuni – sono talmente piccoli da superare le barriere naturali dell’organismo, accumulandosi nei testicoli e alterando i processi di produzione degli spermatozoi. Non solo: un altro studio, condotto dall’Università Statale di Milano, ha scoperto che le nanoplastiche possono comportarsi come interferenti endocrini, alterando la secrezione ormonale dei neuroni a GnRH, fondamentali per la fertilità.
Un’emergenza globale che parte dalla salute riproduttiva
L’impatto sulla fertilità maschile è solo la punta di un iceberg che affonda le sue radici nei processi infiammatori e nello stress ossidativo causati da queste particelle. Gli studi sui modelli animali hanno già dimostrato che le microplastiche sono in grado di veicolare altri tipi di contaminanti ambientali, i quali, legandosi a esse, procurano danni specifici agli organi riproduttivi. E se la ricerca ha ormai accertato la presenza di questi frammenti nella placenta umana e nel meconio (le prime feci del neonato), la correlazione con gli esiti negativi della gravidanza diventa sempre più difficile da ignorare. Si parla di riduzione del peso alla nascita, di punteggi Apgar più bassi e, nei casi più estremi, di morte del feto. Il problema, per l’epidemiologa Swan, non è più solo scientifico ma diventa culturale: è necessario che queste informazioni lascino i laboratori e raggiungano le coscienze dei cittadini, perché la plastica, avverte, non è più solo un problema di rifiuti, ma una minaccia concreta per la sopravvivenza stessa della specie.




