Backrooms, l’horror liminale che trasforma il vuoto in un trauma psicologico

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un’immagine, ormai iconica per chi frequenta i meandri del web horror, che ritrae un corridoio dalla moquette gialla e consumata, illuminato da un neon dal ronzio incessante. Quella foto, apparsa su 4chan nel 2019, non ritraeva nulla di esplicitamente terrificante: nessuna creatura, nessun volto, nessuna goccia di sangue.

Eppure, proprio quel vuoto – quella sensazione di essere intrappolati in uno spazio che dovrebbe essere familiare (un ufficio, un seminterrato) ma che si rivela geometricamente impossibile – è diventato il terreno fertile per una delle creepypasta più influenti dell’ultimo decennio.

Ora quel mito, nato dall’immaginazione collettiva della rete, arriva sul grande schermo con “Backrooms”, opera prima del ventenne Kane Parsons (già noto online come Kane Pixels) che, dopo aver accumulato quasi duecento milioni di visualizzazioni su YouTube con i suoi cortometraggi amatoriali, ha ricevuto la fiducia di A24 e di produttori del calibro di James Wan per trasformare quel fenomeno virale in un’esperienza cinematografica compiuta.

Il risultato, nelle sale italiane dal 27 maggio grazie a I Wonder Pictures, è un prodotto che divide profondamente la critica: c’è chi lo acclama come l’esordio di un nuovo Orson Welles dell’era digitale e chi, invece, lamenta che l’incubo dei corridoi gialli, una volta spiegato e strutturato in una narrazione lineare, perda inevitabilmente la sua enigmatica potenza.

L’architetto fallito e la porta nel seminterrato

Parsons, che aveva solo sedici anni quando iniziò a costruire il suo “Backrooms Universe” su Blender, ha scelto consapevolmente di non realizzare una semplice antologia di ritrovamenti filmati. Invece, ci consegna una storia precisa, ambientata nei primi anni Novanta, incentrata sulla figura di Clark, un architetto in disarmo e divorziato interpretato da un intenso Chiwetel Ejiofor.

Clark vive praticamente nel suo negozio di mobili in fallimento, “Cap’n Clark’s Ottoman Empire”, dormendo su divani invenduti e cercando di elaborare la rabbia per un matrimonio fallito durante le sedute con la sua psicanalista, Mary (Renate Reinsve).

È una vita fatta di spazi angusti e mentali, finché una notte, mentre cerca un interruttore nel seminterrato, Clark scivola letteralmente attraverso una parete – una fessura nella realtà – e precipita nelle Backrooms: un labirinto claustrofobico di stanze infinite, scale che non portano da nessuna parte e un’atmosfera ovattata scandita solo dal ronzio dei neon.

A differenza dei protagonisti dei corti originali, che erano meri recettori del terrore, Clark non scappa: spinto dalla curiosità di un architetto che non ha mai potuto costruire nulla, inizia a esplorare e a mappare questo spazio impossibile, diventandone progressivamente ossessionato fino alla scomparsa.

Quando la terapia diventa una trappola fisica

È a questo punto che la narrazione compie una deviazione interessante rispetto al materiale di partenza. La prospettiva si sposta su Mary, la terapeuta, che non credendo ai racconti del suo paziente (ritenuti frutto di psicosi) si reca nel negozio per scoprire la verità, finendo a sua volta intrappolata nel labirinto di moquette gialla. La sceneggiatura di Will Soodik utilizza questo espediente per trasformare l’horror ambientale in un vero e proprio dramma psicologico.

Le Backrooms, nel lungometraggio di Parsons, non sono solo un luogo fisico popolato da presenze mostruose (anche se ci sono, e i loro ruggiti si fanno sempre più vicini man mano che si procede nell’incubo), ma una materializzazione letterale del trauma. Una delle sequenze più riuscite mostra Mary che cammina attraverso stanze che diventano progressivamente più astratte, ricostruzioni grossolane e deformate di ricordi d’infanzia, come se la dimensione assorbisse la psiche di chi la attraversa e la restituisse in forma corrotta.

Il regista ha spesso descritto questa sua opera come una rappresentazione della propria “macchina mentale difettosa”, un posto dove l’ansia generazionale e i fallimenti personali prendono corpo fisico in corridoi che non portano a nessuna via d’uscita.

Il fascino controverso della durata e la sfida della spiegazione

Qui, tuttavia, risiede il principale nodo critico del film. La critica ha elogiato la regia di Parsons – descritta come quella di un “mago dell’atmosfera” capace di suscitare un disagio viscerale grazie a inquadrature asimmetriche e a un uso ossessivo del suono – ma molti hanno sottolineato come il format del lungometraggio sia una camicia di forza per questo tipo di incubo. La logica dell’ “horror liminale” funziona splendidamente in frammenti di pochi minuti: bastava un angolo di corridoio girato male per far scattare l’allarme nella testa dello spettatore.

Estesa a quasi due ore di durata, invece, l’esplorazione tende a diventare ripetitiva; ciò che inizialmente metteva i brividi (l’assenza di significato, l’architettura illogica) rischia di trasformarsi in noia quando il film cerca di imporre una logica narrativa e psicologica a qualcosa che, per sua stessa definizione, dovrebbe rimanere oscuro.

Come notato da alcune recensioni, più le Backrooms cercano di spiegarsi – rivelando la loro connessione con il subconscio del protagonista o mostrando figure grottesche che rappresentano le sue insicurezze – meno spazio rimane per il brivido dell’ignoto. La scelta di Parsons di spostare l’obiettivo dal “che cosa si nasconde dietro l’angolo” al “perché questo luogo esiste dentro di noi” è coraggiosa, ma per alcuni critici rischia di uccidere proprio ciò che rendeva il fenomeno originale così inquietante: la totale assenza di risposte.

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