Il ritorno degli ostaggi israeliani, una resurrezione
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Redazione Esteri
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TEL AVIV — La lista dei primi 33 ostaggi israeliani, che include il piccolo Kfir e il fondatore del kibbutz Nir Oz, è stata resa pubblica. Hagai Levine, a capo della sezione che si occupa di salute nel Forum delle famiglie, corregge chiunque usi la parola "ritorno" o "arrivo", preferendo il termine "resurrezione". La resurrezione, infatti, rappresenta il ritorno alla vita dopo la morte, un concetto che ben si adatta alla situazione degli ostaggi israeliani a Gaza, prigionieri per 15 mesi negli appartamenti-covo di Hamas o nei sotterranei della Striscia di Gaza, bombardata dall'esercito israeliano.
Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu, dopo il gabinetto di guerra, ha approvato un accordo in tre fasi con Hamas per una tregua a Gaza, il parziale ritiro dei soldati dalla Striscia e la scarcerazione di detenuti palestinesi in cambio del rilascio degli ostaggi. Secondo i media israeliani, 24 ministri hanno votato a favore dell'accordo, mentre otto si sono opposti. Tre famiglie in Israele, ieri sera, potrebbero aver spezzato per l'ultima volta il pane dello shabbat senza i loro cari, non sapendo ancora se saranno tra i primi tre ostaggi rilasciati.
La fragile pace spaventa le famiglie degli ostaggi, che temono la ripresa della guerra e la possibilità che molti non tornino. Anat Angrest, madre di Matan, prigioniero a Gaza da 469 giorni, ha espresso il suo dolore e la sua speranza durante un incontro pubblico a Tel Aviv, rivolgendosi direttamente al figlio: "Presto vedrò delle madri abbracciare i loro figli e il mio cuore sarà felice per loro, ma si spezzerà per l'ingiustizia di cui sei vittima".
La situazione rimane tesa e incerta, con le famiglie degli ostaggi che attendono con ansia notizie sui loro cari, mentre il governo israeliano e Hamas cercano di mantenere la tregua e portare avanti l'accordo per il rilascio degli ostaggi e la scarcerazione dei detenuti palestinesi.




