Antonio Tejero è morto, era l‘uomo del “qui nessuno si muove” nel golpe del 23-F
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Redazione Esteri
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Il bicorno in testa, la pistola impugnata e puntata verso i banchi del governo, mentre il fragore degli spari cercava di soffocare i mormorii e, soprattutto, le ultime resistenze di una democrazia giovane e per certi versi ancora fragile. Antonio Tejero Molina, l’ex tenente colonnello della Guardia Civil che il 23 febbraio del 1981 irruppe nel Congreso de los Diputados per tentare di restaurare un ordine autoritario, è morto nella giornata di mercoledì 25 febbraio all’età di novantatré anni -1. Il decesso, stando a quanto comunicato dallo studio legale che assiste la famiglia e da uno dei figli, è avvenuto nella località di Alzira, in provincia di Valencia, dove risiedeva assistito dai suoi cari: un epilogo sereno, come hanno tenuto a sottolineare i congiunti, sopraggiunto dopo una lunga malattia che già lo scorso ottobre ne aveva fatto erroneamente annunciare la scomparsa -1-6.
La sua morte, avvenuta a soli due giorni dal quarantacinquesimo anniversario di quell’assalto al cuore delle Cortes, si carica di un ulteriore, singolare significato simbolico, coincidendo proprio con il giorno in cui il governo spagnolo ha proceduto alla desecretazione di centinaia di documenti relativi al colpo di Stato -2. Si chiude così, con la scomparsa del suo protagonista più visibile, una delle pagine più buie e complesse della transizione spagnola, quella stessa transizione che Tejero, con i suoi centottanta uomini, sperava di poter spezzare sul nascere. Per gli spagnoli che seguirono in diretta televisiva quelle ore convulse, la sua immagine è rimasta indelebile: il grido “¡Quieto todo el mundo!” rivolto ai deputati, costretti a gettarsi sotto i banchi, e la figura del vicepresidente Manuel Gutiérrez Mellado che, incurante del pericolo, tentò di affrontare a viso aperto gli insorti -6.
Nato ad Alhaurín el Grande, in provincia di Málaga, nel 1932, Tejero era un militare di carriera dal profilo già segnato da una precoce vocazione cospirativa -1-3. Prima del 23-F, il suo nome era già emerso nelle carte giudiziarie per la cosiddetta Operazione Galaxia, un tentativo golpista del 1978 che, seppur naufragato, gli era costato solo sette mesi di carcere: una pena irrisoria che non ne aveva minimamente scalfito la determinazione, né tantomeno interrotto la carriera -6. Quel precedente, lungi dal rappresentare un monito, divenne la prova generale di ciò che sarebbe accaduto tre anni dopo, quando il paese era nel pieno dell’incertezza politica per la crisi di governo e la imminente investitura di Leopoldo Calvo-Sotelo.
I quindici anni di reclusione e la libertà condizionata nel 1996
Il fallimento del golpe, sancito dal celebre messaggio televisivo di re Juan Carlos I in difesa della Costituzione, costò a Tejero una condanna durissima: trent’anni di reclusione per ribellione militare, aggravata dalla recidiva, e la conseguente espulsione dal della Guardia Civil. Di quegli anni, ne scontò effettivamente quindici e nove mesi, gran parte dei quali trascorsi nel castello di Figueres, in Catalogna, dove fu letteralmente l’unico prigioniero dell’intera fortezza. Durante la lunga detenzione, l’ex ufficiale si dedicò alla pittura e allo studio, attività che gli valsero, insieme alle donazioni di sangue e ai lavori interni, una progressiva riduzione della pena fino alla libertà condizionale, ottenuta il 3 dicembre del 1996: fu l’ultimo dei golpisti a varcare la soglia del carcere.
Uscito di prigione, Tejero scelse un profilo volutamente basso, quasi dimesso, lontano dai riflettori e dedito alla vita familiare tra Madrid e la costa malaghegna, dove continuava a dipingere e a vendere i suoi quadri -3. Non mancarono, tuttavia, episodi di una militanza mai sopita, che lo portavano a intervenire con lettere ai giornali o a partecipare a iniziative pubbliche di stampo nostalgico. Nel 2006 firmò una dura missiva contro lo Statuto catalano, e nel 2019, all’età di ottantasette anni, lo si rivide in pubblico in occasione della tumulazione dei resti del dittatore Francisco Franco nel cimitero di Mingorrubio, un gesto che ne confermava, una volta di più, l’inossidabile fede politica -3-9.
L’ombra della desecretazione e le ultime accuse del colonnello
Proprio mentre la sua vita si spegneva a Valencia, a Madrid venivano aperti gli archivi segreti che per quarantacinque anni hanno custodito i retroscena del 23-F. Tra le centinaia di pagine desecretate, emergono intercettazioni e rapporti che confermano il coinvolgimento di almeno sei agenti del Cesid, i servizi segreti dell’epoca, e rivelano particolari inediti sulle concitate trattative di quelle ore. Risalta, in particolare, una conversazione della moglie di Tejero, la quale, sentendosi abbandonata dagli alti gradi dell’esercito, arrivò a dichiarare che avevano lasciato suo marito “gettato via come un mozzicone”. Lo stesso Tejero, in alcune delle sue ultime interviste rilasciate prima che la malattia lo consumasse, aveva rotto il silenzio accusando apertamente lo stesso re Juan Carlos di averlo usato e tradito, affermando senza mezzi termini che il suo gesto era necessario per permettere al generale Alfonso Armada di formare un governo “a suo gusto”, salvo poi essere stato abbandonato da tutti.
La sua dipartita, avvenuta in coincidenza con questa inattesa ondata di trasparenza, sembra chiudere un cerchio, lasciando però agli storici e ai cittadini il compito di scavare in quelle carte. Quanto a Tejero, se ne va un uomo che, come ebbe a dichiarare egli stesso alla giornalista Pilar Urbano subito dopo il processo, non espresse mai il minimo pentimento, convinto di aver agito per amore di patria -6.




