L’allarme di Aci Europe per gli aeroporti regionali e la controffensiva delle low cost sul caro carburante

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La ripresa del trasporto aereo, che molti davano per scontata dopo l’abisso della pandemia, mostra oggi un’evidente crepa. Se da un lato i grandi hub internazionali viaggiano a pieno regime, dall’altro la costa occidentale dell’aviazione – quella dei piccoli scali regionali – arranca in una “lotta per la sopravvivenza”. È il grido d’allarme lanciato da Olivier Jankovec, direttore generale di Aci Europe, nel corso dell’annuale Regional Airports Conference & Exhibition che si sta svolgendo a Torino. Il manager, constatando la resilienza della domanda di voli, ha però dovuto ammettere un dato impietoso: meno del sessanta per cento degli aeroporti del continente è riuscito a recuperare i livelli di traffico registrati nel lontano 2019. E sono proprio i più piccoli, quelli che da soli superano di rado il milione di passeggeri annui, a pagare il prezzo più alto, restando ancora oggi indietro di circa un trenta-trentatré per cento rispetto a cinque anni fa.

La resilienza della domanda che non basta più senza carburante

A complicare un quadro già di per sé fragile è arrivata la tempesta energetica scatenata dalle tensioni in Medio Oriente. Il conflitto, bloccando di fatto le rotte su stretti strategici come quello di Hormuz, ha fatto schizzare alle stelle il costo del cherosene, mettendo in ginocchio i bilanci dei vettori e, di conseguenza, la programmazione degli scali minori. Se le grandi compagnie possono assorbire parzialmente gli extra-costi o spostare i propri aerei su tratte più redditizie, gli aeroporti che servono aree periferiche diventano il primo anello di una catena logistica che rischia di spezzarsi. Jankovec, nel suo intervento torinese, ha parlato senza mezzi termini di una minaccia esistenziale per queste infrastrutture, le quali – come sottolinea anche il presidente dell’Unione Energie per la Mobilità, Gianni Murano – colgono l’Europa ancora una volta impreparata: “Ogni evento per noi diventa un’emergenza, perché non siamo pronti a livello europeo a fronteggiare le emergenze”, ha dichiarato, analizzando la concatenazione tra la guerra in Iran e quella russo-ucraina.

La strategia dei vettori e l’effetto collaterale sul bagaglio a mano

In questo clima di incertezza, le compagnie aeree hanno trovato il modo di trasformare la crisi in un’arma di contrattazione politica. L’aumento incontrollato dei prezzi del carburante sta infatti alimentando la loro battaglia storica contro la riforma dei diritti dei passeggeri promossa dall’Unione Europea, in particolare per quanto riguarda la gratuità del bagaglio a mano. Secondo quanto trapela dai report internazionali, la lobby dei vettori sta facendo leva sul caro-energia per chiedere a Bruxelles di abbandonare le misure che imporrebbero il trasporto gratuito del trolley a bordo. La posizione, sostenuta con forza da voci come quella dell’amministratore delegato di Wizz Air – il quale ha dichiarato, con una punta di sarcasmo, di non aver “iniziato una guerra in Iran” per doverne subire le conseguenze – è chiara: con i bilanci già sotto pressione per i rincari, aggiungere l’obbligo del bagaglio gratis senza costi aggiuntivi per il passeggero sarebbe un lusso insostenibile, costringendo i vettori a rivedere i loro modelli di business ultra-low cost.

La situazione italiana tra riserve di maggio e la vulnerabilità di Hormuz

Mentre il resto d’Europa trema, il governo italiano tenta di gettare acqua sul fuoco. Intervenendo alla Camera dei deputati, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha fornito un dato rassicurante per il breve periodo: “Le riserve di carburanti per aerei garantiscono l'operatività almeno fino a tutto il mese di maggio”. Un orizzonte temporale che, se da un lato scongiura l’emergenza immediata, dall’altro non cancella le crepe strutturali del sistema. Lo stesso ministro ha infatti ammesso che metà del carburante destinato agli aeroporti italiani passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo la penisola vulnerabile agli scossoni geopolitici quanto – se non più – dei vicini europei, sebbene la sua “posizione risulti più solida” grazie a riserve strategiche e diversificazione delle forniture. In sostanza, mentre le compagnie giocano la partita delle tariffe accessorie e delle compensazioni, i piccoli aeroporti attendono ai blocchi di partenza, sperando che la tregua energetica di maggio non si trasformi in un’estate di sacrifici.

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