Elly Schlein alla stampa estera: “Siamo pronti a elezioni”, niente papi stranieri o federatori per la coalizione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è spazio, nell’architettura disegnata dalla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, per figure esterne o per quei cosiddetti “federatori” che talvolta, nella storia travagliata del centrosinistra, sono stati chiamati a ricucire strappi o a rappresentare un’unità più formale che sostanziale. L’incontro con la stampa estera, tenutosi a Roma nella sede di Palazzo Grazioli, è servito proprio a chiarire questo punto con una nettezza che, nelle pieghe della politica italiana, suona quasi come una presa di distanza definitiva da certe pratiche del passato. La leader dem, galvanizzata dall’esito del referendum sulla giustizia – un risultato che lei stessa ha definito un “chiaro messaggio politico” indirizzato alla premier Giorgia Meloni – ha voluto tracciare il perimetro entro cui si muoverà la coalizione progressista in vista delle prossime sfide elettorali, senza lasciare spazio a equivoci su metodi e leadership.

Il nodo, esplicitato dalla segretaria, è duplice ma inscindibile: da un lato la questione della scelta del candidato premier, dall’altro la tenuta di un’alleanza che, dopo il voto referendario, rivendica di essere già “alternativa alla destra” sul piano numerico, ma che deve ancora diventarlo sul piano politico. A chi le chiedeva conto delle recenti dichiarazioni della sindaca di Genova, Silvia Salis – la quale aveva criticato lo strumento delle primarie, giudicandolo fonte di divisioni – Schlein ha replicato con una franchezza che non ammette fraintendimenti. “Io sono stata eletta con le primarie – ha ricordato – e difendo questo strumento”. Tuttavia, e qui sta il punto qualificante del suo ragionamento, la segretaria non ha voluto chiudere la porta a soluzioni alternative, purché chiare. “Il candidato premier o sarà il leader del partito che prende più voti, oppure faremo le primarie. Tertium non datur”, ha scandito, chiudendo di fatto la porta a quei meccanismi di mediazione alta che in altre fasi storiche hanno portato alla scelta di outsider o di personalità considerate super partes.

La cornice entro cui si inserisce questa presa di posizione è quella della “straordinaria vittoria del No” al referendum, un risultato che secondo Schlein ha aggravato le difficoltà dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni e ha dimostrato come esista già una maggioranza sociale pronta a sostenere un progetto alternativo. La segretaria ha parlato di “affluenza altissima” e di un verdetto che va ben oltre il merito tecnico della riforma costituzionale, interpretandolo come un giudizio politico sull’arroganza di una maggioranza che, a suo dire, ha tentato di modificare la Carta “senza accettare di cambiare una virgola” durante l’iter parlamentare. In quest’ottica, la mobilitazione referendaria rappresenta un capitale politico da non disperdere, un serbatoio di consensi da trasformare da “maggioranza di elettori” a “maggioranza di governo”.

Proprio per questo, Schlein ha ribadito con forza che l’obiettivo, dichiarato fin dall’inizio del suo mandato, resta la ricostruzione di una coalizione progressista in grado di offrire un’alternativa credibile, e che questo lavoro non può essere demandato a “papi stranieri” o a figure di raccordo esterne. La linea, ha detto, è “testardamente unitaria” e si fonda su grandi temi costituzionali che uniscono le diverse anime del campo largo: dalla salute pubblica alla scuola, dall’istruzione fino alla difesa di quei principi che, a suo avviso, il governo di centrodestra ha messo in discussione. Se il riferimento è al dibattito sulle riforme istituzionali e all’autonomia differenziata, Schlein ha chiarito che su questi terreni il confronto sarà serrato e costituirà la base programmatica per il futuro.

Non è mancato, nel suo intervento di fronte ai giornalisti internazionali, un accenno alla contingenza politica più immediata. La segretaria ha sottolineato come il governo, anche a seguito dell’esito referendario, stia attraversando evidenti difficoltà interne, citando a esempio le dimissioni – da lei definite “tardive” – di alcuni esponenti della maggioranza e la calendarizzazione di una mozione di sfiducia nei confronti della ministra del Turismo. Un quadro, quello delineato da Schlein, in cui il centrodestra appare logorato da fibrillazioni interne, mentre il centrosinistra si presenta come un soggetto già pronto a raccogliere il testimone, qualora si dovesse tornare alle urne. “In qualunque momento ci saranno le elezioni – ha assicurato – noi ci faremo trovare pronti”.

La strategia, insomma, punta a tenere insieme le due anime della coalizione senza forzature e senza deleghe dall’esterno. Da un lato, l’apertura al confronto programmatico con i Cinque Stelle e le altre forze di opposizione, nella convinzione che siano “molte di più le cose che uniscono di quelle che dividono” -10; dall’altro, la volontà di chiudere definitivamente la parentesi delle soluzioni di ripiego, quelle che in passato hanno spesso disinnescato la competizione interna invece di regolarla. Per Schlein, il metodo è sostanza: se l’alternativa alla destra dovrà essere politica e non solo numerica, allora la sua leadership dovrà emergere da un meccanismo trasparente, sia esso il voto degli iscritti (e dei cittadini) in una primaria, sia esso il verdetto delle urne nella competizione tra i partiti della coalizione.

Nel corso dell’incontro, durato quasi tre ore, la segretaria ha voluto insistere sulla necessità di non disperdere la mobilitazione dal basso che si è vista in occasione del referendum, un’energia che intende incanalare nella costruzione di un’offerta politica chiara. Il riferimento alle “grandi tematiche costituzionali” non è dunque un semplice slogan, ma il perno attorno al quale far ruotare il confronto con gli alleati, nella speranza di evitare quelle polemiche sul metodo che, storicamente, hanno paralizzato il centrosinistra nei momenti decisivi. Se le parole della sindaca Salis avevano riaperto il dibattito sui rischi delle primarie, la replica di Schlein ha riportato il discorso su un piano di realismo istituzionale: non si tratta di escludere nessuno, ma di stabilire regole certe, dove l’unica alternativa alla competizione aperta è l’automaticità del voto.

Con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nuovamente alla Casa Bianca e uno scenario internazionale in rapido mutamento, Schlein ha scelto di giocare la carta della solidità interna come prerequisito per la credibilità esterna della sua coalizione. L’obiettivo dichiarato è quello di trasformare l’onda lunga del referendum in un’architettura politica stabile, capace di durare oltre l’effimera contingenza di una singola tornata elettorale. La strada, quella tracciata davanti ai cronisti stranieri, esclude atajii e soluzioni paternalistiche: sarà il rapporto di forza tra i partiti o la volontà dei cittadini, in uno dei due modi previsti, a decidere chi guiderà il campo largo. “Ora la priorità – ha concluso – è capire come tenere un filo con le persone e non disperdere la mobilitazione” -2, una frase che racchiude l’ossimoro di una leader che, pur reclamando il diritto a decidere il metodo, sa che il consenso non si decreta ma si costruisce giorno per giorno, lontano dalle stanze dei cosiddetti “federatori”.

La replica alla sindaca di Genova e lo stop ai tentennamenti sul metodo

La presa di posizione più netta, quella che ha segnato il vero turning point dell’incontro con la stampa estera, è arrivata quando il confronto si è spostato sulle dichiarazioni rilasciate martedì da Silvia Salis, la sindaca di Genova che aveva criticato lo strumento delle primarie accusandolo di alimentare divisioni nel campo progressista. La replica di Schlein, inusuale per la sua chiarezza, ha voluto chiudere definitivamente ogni possibile tentennamento: non ci sarà spazio per soluzioni ibride o per la ricerca di un leader “di garanzia” che non abbia un’investitura diretta, sia essa derivante dal peso elettorale del proprio partito o dalla legittimazione popolare del voto. La segretaria ha voluto rivendicare con orgoglio la sua stessa storia politica – quella di una dirigente uscita vincente da una competizione interna – per legittimare la difesa di un metodo che, nonostante le critiche, considera il più trasparente e il più efficace per ricompattare una coalizione storicamente fragile.

È in questo passaggio che si gioca la partita più importante per il futuro del centrosinistra. La segretaria, forte del risultato referendario che ha visto un’affluenza ben superiore alle attese (quasi il 60%, con un dato che in alcune regioni del Sud ha sfiorato punte plebiscitarie per il No), ha provato a trasformare la tensione interna in un’opportunità per riaffermare il principio di realtà. Se il fronte progressista vuole realmente essere percepito come un’alternativa credibile, non può permettersi di trascinarsi in estenuanti dibattiti procedurali che finiscono per oscurare i contenuti. Da qui il tentativo di sganciare il ragionamento sulla leadership da quello sulla costruzione del programma, seppure con la consapevolezza che i due aspetti, nel vissuto dell’elettorato, tendono a coincidere.

L’alternativa alla destra esiste già, ma va organizzata nei contenuti

Il concetto, ripetuto più volte nel corso dell’incontro con i giornalisti internazionali, è che “l’alternativa alla destra” esiste già sul piano sociale e numerico, come dimostrerebbe la somma dei consensi ottenuti dalle opposizioni nelle recenti tornate elettorali e, secondo la lettura fornita dalla segretaria, nel voto referendario. Tuttavia, la consapevolezza di Schlein è che esista una distanza non trascurabile tra questa maggioranza potenziale e una maggioranza politica strutturata, capace di governare. Per colmare questo gap, la segretaria ha indicato nella definizione di un programma comune su “grandi temi costituzionali” la priorità assoluta, cercando di spostare l’attenzione dalle pur accese polemiche sul metodo di scelta del candidato premier. Un modo, questo, per rispondere indirettamente anche a chi, come il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, aveva subito riaperto il dibattito sulle primarie di coalizione, cercando di capitalizzare politicamente l’onda del risultato referendario.

Nell’articolazione del suo discorso, Schlein ha voluto ribadire che il cantiere dell’alternativa non può prescindere dall’ascolto di quelle persone che, magari lontane dalla politica attiva o in precedenza astensioniste, si sono mobilitate per difendere la Costituzione. La strategia comunicativa, in questo senso, mira a tenere insieme l’esigenza di una leadership forte con quella di un movimento ampio e inclusivo, cercando di evitare quelle fratture che in passato hanno costretto il centrosinistra a ricorrere proprio a quelle figure di “federatori” che oggi la segretaria intende esplicitamente archiviare. La partita, complessa e ancora tutta da giocare, si annuncia come un banco di prova decisivo per la tenuta di un’alleanza che, galvanizzata dalla vittoria referendaria, non vuole però ripetere gli errori che ne hanno segnato le precedenti fasi di avvicinamento alle elezioni politiche.

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