Ruggeri e la "forzatura woke" di Mannoia sul finale di "Quello che le donne non dicono"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Chi abbia avuto modo, negli ultimi tempi, di assistere a un concerto di Fiorella Mannoia si sarà senz’altro accorto di un dettaglio, non trascurabile, che altera una delle sue canzoni più iconiche. Stiamo parlando di "Quello che le donne non dicono", brano che da decenni risuona come un inno alla complessità dell’universo femminile, e il cui finale, ormai da diversi anni, non è più quello originale. La Mannoia, infatti, ha deciso di modificare l’ultimo verso, sostituendo il “ti diremo ancora un altro sì” con un netto “ti diremo ancora un altro… no”, una scelta che, com’è prevedibile, non ha mancato di sollevare discussioni e di attirare critiche, alcune delle quali giungono direttamente dall’autore del testo.
La presa di posizione dell'autore
Enrico Ruggeri, che di quel testo è il padre putativo, ha recentemente espresso il suo disappunto attraverso un post su Facebook, definendo la modifica operata dalla cantante nientemeno che “una forzatura dettata dalla cultura woke”. Ruggeri, la cui carriera è costellata di successi e che vanta due vittorie sanremesi, ha precisato come il cambiamento non sia affatto recente, ma risalga a diversi anni fa, quando la Mannoia cominciò a concludere le esecuzioni dal vivo con le parole “forse, potrebbe anche essere no, e quando una donna dice no è NO!”. Una precisazione, la sua, che però non smorza la contrarietà di fondo, anzi, la consolida in una critica ben più ampia verso quelle tendenze culturali che, a suo dire, finiscono per imporre revisioni forzate alle opere d’arte.
La canzone e la sua evoluzione live
Il brano, con la sua struttura poetica che canta “giornate amare” e “notti bianche”, ha sempre rappresentato una riflessione sottile e profonda sulla resilienza femminile, sulla capacità di dire sì nonostante le difficoltà, un messaggio di speranza tenace che, secondo l’interpretazione originale, si rinnovava continuamente. La scelta della Mannoia di stravolgere quel finale, trasformando l’assenso in un rifiuto o in un dubbioso “forse”, sposta inevitabilmente il significato dell’intera opera verso una dichiarazione di fermezza e di autonomia, un atto di rivendicazione che l’interprete ha evidentemente sentito come più aderente al contesto sociale contemporaneo. L’episodio delle ATP Finals di Torino, dove la nuova versione è risuonata in un palazzetto strapieno, ha semplicemente riportato la questione all’attenzione del grande pubblico.
Il dibattito oltre la canzone
La disputa, che vede quindi contrapposti l’autore, custode dell’integrità della sua creazione, e l’interprete, che esercita un diritto di rilettura personale e contestuale, si inserisce in un filone di discussioni sempre più frequenti sull’influenza delle sensibilità culturali odierne nella riproposizione del repertorio artistico del passato. Se da un lato c’è chi, come Ruggeri, vede in queste operazioni una “forzatura” e un cedimento a mode passeggere, dall’altro c’è chi le considera un adattamento necessario, un modo per far dialogare capolavori di ieri con le conquiste sociali di oggi, senza con questo sminuirne il valore originario. È un confronto, questo, che tocca il cuore del rapporto tra l’artista, la sua opera e il pubblico che la riceve, un dibattito che, al di là delle posizioni personali, dimostra la vitalità e la continua attualità di una canzone che sa ancora parlare, e far parlare di sé.




