Fiorella Mannoia e la modifica del testo: la presa di posizione di Enrico Ruggeri

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La prassi, consolidata negli anni Sessanta, per cui le case discografiche imponevano ai cantanti di modificare il genere dei pronomi nei testi, trasformando un “lei” in un “lui” per adattare il brano a un’interprete di sesso diverso, rappresentava un riflesso di una certa ipocrisia sociale, finalizzata a preservare, com’era d’obbligo all’epoca, un’immagine pubblica irreprensibile e conformista. Quell’abitudine, che oggi appare fortunatamente desueta, torna attuale in una disputa che vede protagonisti due nomi di primo piano della musica italiana, Fiorella Mannoia ed Enrico Ruggeri, proprio attorno alle parole di uno dei cavalli di battaglia della cantante romana, “Quello che le donne non dicono”.

Un inno modificato nel tempo

Il brano, considerato da molte un autentico inno alla femminilità e portato al successo dalla voce graffiante della Mannoia, è stato oggetto, negli ultimi anni, di una sostanziale riscrittura durante le esibizioni dal vivo. L’interprete ha infatti più volte alterato il celebre finale, in cui le donne, nonostante le “giornate amare” e le difficoltà, pronunciavano un “sì” carico di dedizione; quel consenso è stato progressivamente sostituito, dapprima con un secco “no” e, in occasione delle ATP Finals, con un “forse” che è poi sfociato in una dichiarazione esplicita, con l’artista che ha aggiunto “e quando una donna dice no è NO!”. Una variazione, questa, introdotta con l’evidente intento di adeguare il messaggio della canzone a una sensibilità contemporanea, spostando l’accento dall’assenso incondizionato all’affermazione di un diritto alla negazione.

La reazione dell'autore

Enrico Ruggeri, che del pezzo è coautore insieme a Piero Cassano, è recentemente intervenuto sulla questione, esprimendo il proprio dissenso verso quanto accaduto. L’artista milanese, senza usare mezzi termini, ha definito la scelta della Mannoia una “forzatura woke”, evidenziando così una frattura creativa su un’opera che, a suo parere, andrebbe preservata nella sua integrità originaria. Ruggeri, il quale non aveva mai pubblicamente commentato le precedenti modifiche apportate in concerto, ha quindi rotto il silenzio in merito a quella che considera un’alterazione del significato originale del testo, nato come una fotografia di un preciso momento storico e delle sue dinamiche relazionali.

La canzone come documento storico

La posizione dell’autore sembra poggiare sulla convinzione che certi prodotti artistici, in quanto specchio dell’epoca in cui sono stati concepiti, debbano essere tutelati da successive revisioni che ne stravolgano il senso. “Quello che le donne non dicono”, con le sue ambiguità e le sue frasi sospese, catturava infatti lo spirito e le contraddizioni del 1987, consegnando agli ascoltatori un ritratto complesso, che la trasformazione operata dalla Mannoia tenderebbe, secondo questa prospettiva, a semplificare in una chiave eccessivamente attualizzante e ideologicamente orientata.

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