Comunali, il centrodestra tiene Venezia e strappa Reggio. Il campo largo non sfonda, e De Luca si riprende Salerno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’effetto referendum, se mai c’è stato, si è dissolto prima ancora di poter incidere sugli equilibri. L’ultima tornata amministrativa, quella che chiamava alle urne oltre 6,6 milioni di italiani in 744 comuni – tra cui diciannove capoluoghi di provincia e l’unico capoluogo di regione Venezia – restituisce un’immagine di sostanziale cristallizzazione dello status quo.

La coalizione che sorregge il governo Meloni, infatti, non solo conserva quanto già governava ma allarga il proprio perimetro: conquista Reggio Calabria, roccaforte del centrosinistra per oltre un decennio, e respinge l’assalto al Comune lagunare, dove il candidato del campo largo inseguiva il ribaltone.

A votare, va detto, si è recato appena il 60,06% degli aventi diritto; un dato in calo di quasi cinque punti percentuali rispetto al 64,91% del 2020, sebbene in quella circostanza si votasse anche per il referendum sul taglio dei parlamentari, un’attenuante che spiega almeno in parte l’affluenza più elevata.

Venezia e Reggio, due risultati opposti per un verdetto chiaro

A Venezia, dove il centrodestra governa da undici anni con Luigi Brugnaro, la sfida sembrava potenzialmente aperta. Il Partito Democratico ci ha creduto, schierando il senatore Andrea Martella con una campagna sostenuta dalla presenza massiccia dei vertici nazionali. E invece, gli exit poll – e le successive proiezioni – hanno disegnato un quadro diverso: Simone Venturini, giovane assessore uscente espressione dell’area cattolica e civica, si attesta tra il 47 e il 51%, lasciando a Martella una forbice compresa tra il 40 e il 44%.

Un vantaggio netto, quello di Venturini, che sa di continuità più che di rottura, e che ha evitato alla maggioranza l’incubo di perdere un simbolo come la città d’acqua. Se Venezia era una tenuta, Reggio Calabria rappresenta una vera e propria conquista. Francesco Cannizzaro, parlamentare di Forza Italia, travolge il rivale Domenico Battaglia – sindaco facente funzioni dopo l’approdo di Giuseppe Falcomatà al consiglio regionale – con un risultato schiacciante compreso tra il 64 e il 68%.

Dopo undici anni, la città dello Stretto torna così al centrodestra, e non è un dettaglio secondario che Cannizzaro sia stato sostenuto anche da Azione; un segnale, questo, di potenziale attrazione verso il centro da parte di un’area che guarda con interesse a quelle amministrative come laboratorio politico in vista del voto nazionale dell’anno prossimo.

Il fallimento del campo largo (e il trionfo dei “cacicchi”)

Se per Elly Schlein e Giuseppe Conte il conto è doloroso, non lo è affatto per due vecchie volpi del trasformismo locale. Il cosiddetto “campo largo”, perennemente annunciato e mai realmente decollato, esce malconcio da questa tornata: a Reggio il M5S non ha neppure presentato una lista, a Venezia l’intesa ha retto fino a un certo punto, ma è altrove che si registra la vera umiliazione.

A Salerno, Vincenzo De Luca – l’ex governatore dalla comunicazione sferzante e dai modi da “sceriffo” – viene rieletto per la quinta volta, la prima delle quali risaliva al lontano 1993. Corre senza il simbolo del Partito Democratico, nonostante suo figlio Piero sia segretario regionale, e totalizza un robusto 57,2%, lasciando i suoi sfidanti – sia del centrodestra sia della coalizione M5S-AVS – appaiati al 14,9%. Nella città campana, insomma, i partiti tradizionali non contano nulla di fronte al peso specifico del leader.

Identica musica a Enna, dove Mirello Crisafulli, storico “barone rosso” della politica siciliana, vince senza il simbolo dem aggregando attorno a sé una galassia che va dai pentastellati (in apparentamento con Sud chiama Nord) alla Lega, passando per la Dc.

Affluenza in calo e geografia dei consensi

Il dato grezzo delle urne, oltre ai nomi dei vincitori, racconta un’Italia che si disaffeziona alla politica locale. Con 6.278 sezioni scrutinate, l’affluenza definitiva si è fermata al 60,06%; un calo che i tecnici del Viminale hanno registrato su tutto il territorio, con punte di partecipazione in Umbria (oltre il 70,7%) e minimi in Molise (47,7%). Nonostante si votasse per scegliere sindaci e consigli comunali – figure di prossimità – il trend degli astensionisti cresce.

E mentre a Prato e Pistoia il campo largo riesce a strappare qualche soddisfazione (con Matteo Biffoni che torna a guidare la città toscana dopo le dimissioni della sindaca dem Ilaria Bugetti, travolta da un’inchiesta per corruzione), la fotografia complessiva premia la stabilità. A Macerata, Crotone e Lecco tiene il centrodestra; a Mantova, Andria e Messina (dove vince un candidato indipendente) si confermano le amministrazioni uscite dalle precedenti consultazioni.

Arezzo, altro centro sorvegliato, sembra destinata a restare saldamente in mano alla coalizione di centrodestra. Una tornata, questa, che più che aprire scenari futuri, ha semplicemente certificato che – al di là dei proclami – i rapporti di forza sui territori cambiano con estrema lentezza.

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