Telecom Italia, il riscatto di Poste e il nodo fiscale sull'Opas
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Redazione Economia
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La storia di Telecom Italia racconta i limiti del capitalismo italiano, non il fallimento del mercato. Oggi Poste può trasformare una lunga crisi proprietaria in un progetto industriale serio e credibile, offrendo anche allo Stato la possibilità di chiudere bene una storia amara, iniziata sotto i migliori auspici con la privatizzazione del 1997.
Il paradosso fiscale che agita gli investitori
L'extra-tassazione subita dagli aderenti all'Opas di Poste su Tim, derivante da una plusvalenza gonfiata dall'interpretazione del 2020 sul caso Ubi/Intesa, non dovrebbe rimanere un problema irrisolto. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, già dalla scorsa settimana sarebbero stati avviati i primi incontri sul tema all'interno dell'Agenzia delle entrate, con il Tesoro osservatore interessato sullo sfondo, per capire quale potrebbe essere la soluzione migliore e più facile da implementare per impedire il ripresentarsi di una situazione simile in futuro.
L'interrogazione al Mef e la richiesta di trasparenza
Il caso sollevato da Milano Finanza sull'extra-tassazione applicata a chi ha aderito all'Opas di Poste su Tim finisce sul tavolo del ministero dell'Economia. Il deputato leghista Giulio Centemero ha depositato un'interrogazione al Mef per chiedere «quali iniziative intenda assumere» in relazione al paradosso fiscale nato sull'Opas.
«Il Fisco dovrebbe tassare una plusvalenza reale, non crearne una virtuale», ha dichiarato il parlamentare, sottolineando come i valori di scarico delle azioni Tim vendute e quelli di carico dei titoli di Poste siano stati gonfiati per un meccanismo interpretativo delle norme vigenti, generando un carico fiscale aggiuntivo di 0,47 euro per azione.
I numeri dell'operazione e la variazione del capitale
Poste Italiane ha comunicato la variazione del capitale a seguito dell'esecuzione dell'aumento di capitale a pagamento deliberato a servizio dell'offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni ordinarie di Telecom Italia TIM. Alla chiusura del periodo di riapertura dell'adesione, il 25 settembre 2026, erano state portate in offerta 409.981.599 azioni ordinarie TIM. In conseguenza di tali adesioni, Poste Italiane ha emesso 89.375.988 nuove azioni ordinarie. A seguito dell'emissione, il capitale di Poste Italiane risulta ora pari a 1.612.089.986 azioni, rispetto alle precedenti 1.522.713.998.
Il peso del debito e la separazione della rete
Il percorso che ha portato a questa operazione affonda le radici in quasi trent'anni di scalate a debito. Dalla privatizzazione del 1997, quando Telecom valeva l'equivalente di 40 miliardi di euro con un debito contenuto, si scelse di cedere senza costruire un nocciolo duro pubblico né vincoli industriali stringenti. La scalata di Roberto Colaninno nel 1999, finanziata in gran parte a debito, trasferì sull'azienda il peso dell'acquisizione: è qui che nasce il peccato originale, con Telecom trasformata in una macchina per servire il debito.
Poi arrivò Marco Tronchetti Provera e, con la fusione con Tim, l'indebitamento raggiunse i 39 miliardi di euro. La gestione di Pietro Labriola, con lo scorporo della rete, ha messo in sicurezza il gruppo: senza quella scelta, oggi probabilmente parleremmo di un'altra storia, molto più pesante.
Le ipotesi per risolvere il rebus fiscale
Sul fronte fiscale, l'obiettivo è evitare il ricorso e arrivare a uno strumento generale: la soluzione più semplice potrebbe essere una circolare interpretativa, ma non è escluso un intervento normativo sull'articolo 9 del Tuir. Per chi ha aderito all'Opas nella riapertura del 21-25 settembre e ha ricevuto il pagamento il 2 ottobre, il prezzo di scarico delle azioni TIM sarebbe stato di 9,43 euro e quello di carico delle azioni Poste di 34,22 euro, contro rispettivamente 9,63 e 35,15 nella prima finestra.
Il meccanismo ha gonfiato la plusvalenza di circa 1,8 euro per azione, determinando una tassazione aggiuntiva di oltre 0,46 euro per titolo.
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