La diplomazia dello sport e le bandiere negate: sale la protesta contro la riapertura ai russi per le Paralimpiadi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’avvicinamento alla cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, in programma venerdì 6 marzo nell’Arena di Verona, si sta consumando all’insegna di una crescente frattura diplomatica che rischia di gettare un’ombra lunga sulla kermesse sportiva. La decisione assunta dal Comitato Paralimpico Internazionale (IPC), che ha sancito il ritorno degli atleti di Russia e Bielorussia con le proprie divise nazionali, le proprie bandiere e, in caso di vittoria, i propri inni, ha innescato un effetto domino di boicottaggi che coinvolge ormai un numero significativo di delegazioni. Non si tratta, però, della sola Ucraina, il cui rifiuto era stato ampiamente preannunciato e motivato dalle tragiche conseguenze del conflitto in corso; a sostenere la protesta si sono allineate anche le rappresentative di Cechia, Finlandia, Polonia, Estonia e Lettonia, le quali hanno fatto sapere che non ci sarà alcun loro rappresentante a sfilare sotto i riflettori dell’anfiteatro veronese.

Il contrasto con la linea seguita invece dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO), che per le Olimpiadi di febbraio aveva imposto la partecipazione dei singoli sotto la bandiera neutrale, appare stridente e non fa che acuire le tensioni. L’IPC, dal canto suo, ha difeso la scelta come un ripristino della normalità sportiva, forte anche di un pronunciamento favorevole del Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) che ha di fatto spianato la strada ai dieci atleti selezionati – sei russi e quattro bielorussi – per competere in discipline come lo sci alpino, il fondo e lo snowboard. Una normalità, questa, che per molti paesi europei, specialmente quelli dell’Est, è semplicemente inaccettabile.

Il fronte del boicottaggio e il nodo dell’accoglienza all’Arena

La lista dei paesi che hanno ufficialmente dichiarato l’intenzione di disertare la sfilata inaugurale si è allungata progressivamente nelle ultime settimane. Alla posizione netta e durissima di Kiev, che aveva parlato di una decisione “cinica” da parte dell’IPC, si sono aggiunte le voci di Praga, Helsinki, Varsavia e delle repubbliche baltiche, a testimoniare un disagio profondo e diffuso a livello politico prima ancora che sportivo. Per l’Ucraina, in particolare, vedere issata la bandiera del proprio aggressore in un contesto internazionale come quello paralimpico rappresenta una ferita insopportabile; una posizione, questa, ribadita con forza dal Comitato Paralimpico Nazionale, che ha chiesto espressamente che nemmeno il proprio vessillo nazionale venga esposto durante la cerimonia, nel segno di una protesta che non vuole lasciare spazi ad ambiguità.

A complicare ulteriormente il quadro, si inseriscono anche le difficoltà organizzative legate alla conformazione stessa dei Giochi, definiti come i primi “diffusi” della storia invernale. La distanza geografica tra i vari cluster di gara, che vedrà gli atleti distribuiti tra Milano, la Val di Fiemme e Cortina, farà sì che molte delegazioni, per ragioni meramente logistiche e di preparazione atletica, siano comunque costrette a ridurre al minimo la propria presenza all’Arena. È il caso, ad esempio, del Canada e della Gran Bretagna, i cui atleti saranno impegnati nelle gare di sci alpino a Cortina già all’indomani della cerimonia; per loro, l’assenza non è politica ma dettata dall’agenda sportiva, sebbene in questo clima rovente ogni assenza rischi di essere letta come un ulteriore segnale di disaffezione.

Le ripercussioni politiche e la posizione del governo italiano

Nel mezzo di questa bufera diplomatica, l’Italia in quanto paese organizzatore si trova a dover gestire una situazione di straordinaria complessità, sospesa tra il dovere di ospitalità e le pressanti richieste provenienti da Kiev e da altri alleati. Il governo, attraverso una nota congiunta del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro dello Sport Andrea Abodi, aveva già espresso “l’assoluta contrarietà” rispetto alla scelta dell’IPC, giudicando la partecipazione di russi e bielorussi con i propri simboli nazionali come “incompatibile con lo spirito dei Giochi” e con i princìpi della tregua olimpica, che la Russia, con l’invasione su larga scala dell’Ucraina, avrebbe violato. Una presa di posizione netta, quella dei due ministri, che ha trovato però una voce discorde all’interno dello stesso esecutivo: il vicepremier Matteo Salvini, infatti, ha pubblicamente biasimato la scelta ucraina di boicottare la cerimonia, sostenendo come lo sport, al pari dell’arte e della musica, debba rappresentare un veicolo di avvicinamento tra i popoli e non un’ulteriore ragione di divisione.

La frattura interna al governo riflette la complessità di un contesto in cui le ragioni della geopolitica si intrecciano inestricabilmente con quelle dello spettacolo sportivo. La cerimonia all’Arena, che doveva essere una vetrina di inclusione e di abilità, rischia di trasformarsi in un palcoscenico per la protesta silenziosa di intere delegazioni assenti. E mentre l’IPC assicura che verranno trovate soluzioni per garantire visibilità a tutte le nazioni, anche a quelle che non saranno fisicamente presenti con i propri atleti – magari attraverso contributi video o la presenza dei soli portabandiera – il clima che si respira alla vigilia è quello di una rassegna sportiva pesantemente condizionata dagli eventi bellici in corso, con il conflitto in Medio Oriente e le tensioni con l’Iran che aggiungono un ulteriore livello di preoccupazione.

La macchina organizzativa e le sfide logistiche

Oltre alle tensioni politiche, la macchina organizzativa dei Giochi Paralimpici deve fare i conti con la complessa architettura logistica di un evento che, per la prima volta, si snoderà su tre territori distinti. Questo aspetto, lungi dall’essere un mero dettaglio organizzativo, ha un impatto diretto sulla partecipazione alla cerimonia d’apertura: si stima che il numero di atleti presenti in Arena sarà inferiore rispetto agli standard proprio a causa della distanza e della necessità per molti di loro di prepararsi per le gare in programma il giorno seguente nelle diverse località. Per ovviare a questo problema e per scongiurare il rischio che l’assenza di molti venga letta esclusivamente in chiave politica, l’IPC ha invitato ogni Comitato Paralimpico Nazionale a designare almeno due atleti e due ufficiali di squadra che possano rappresentare la propria nazione durante la sfilata, con le bandiere che verranno portate da volontari per garantire uniformità di rappresentanza.

Una soluzione di compromesso, questa, che cerca di salvare la forma in un momento in cui la sostanza del confronto sportivo appare gravemente compromessa. La speranza degli organizzatori è che, una volta spenti i riflettori sulla cerimonia e con l’inizio effettivo delle gare, l’attenzione possa finalmente spostarsi sulle storie di resilienza e di talento degli atleti paralimpici. Ma con l’ombra della guerra che si allunga minacciosa e con un numero crescente di paesi che scelgono la via del boicottaggio, l’auspicio appare quanto mai fragile, e la vigilia di Milano Cortina 2026 rimane avvolta in una cappa di incertezza che poco ha a che fare con lo sport.

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