Il 25 aprile tra veti incrociati e la condanna del “doppiopesismo” istituzionale
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Redazione Interno
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L’ottantunesimo anniversario della Liberazione – una ricorrenza, quella del 25 aprile, che da sempre porta con sé un carico di tensioni mai completamente sopite – si è concluso lasciando sul campo, più che una pacata riflessione storica, lo scenario di una piazza profondamente lacerata. Se è fisiologico, in una società pluralista, che il “doppio peso e doppia misura” venga esercitato dai manifestanti o dai cittadini (una dinamica, questa, che Luigi Pirandello ha magistralmente metaforizzato come una recita in cui ognuno indossa una maschera), appare invece politicamente riprovevole quando a esercitare questa distinzione è chi ricopre il vertice delle istituzioni.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha infatti stilato un elenco puntuale di ciò che, a suo avviso, ha guastato la festa: aggressioni ai sostenitori della bandiera ucraina – definita “il simbolo di un popolo che combatte per la propria libertà contro un invasore” –, contestazioni a sindaci, targhe dedicate alle foibe imbrattate e, episodio forse più grave sul piano simbolico, la cacciata della Brigata ebraica dal corteo milanese, costretta ad allontanarsi sotto scorta. “Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia”, ha scritto la premier in un post social, “direi che abbiamo un problema”. Un’affermazione, la sua, che ha il sapore del paradosso se solo si considera il filo rosso che lega la sua biografia politica a quella di Giorgio Almirante, storico segretario del Movimento Sociale Italiano; proprio lui, che fu capo di gabinetto al Ministero della Cultura Popolare durante la Repubblica di Salò e che, dal 1938, diresse il comitato di redazione della rivista “La Difesa della Razza”, uno dei più biechi strumenti della propaganda antisemita del Ventennio.
Un clima di tensione che sfocia nella violenza fisica
A rendere il quadro ancora più fosco, però, non sono state solo le polemiche politiche o gli scontri verbali tra le diverse anime della Resistenza – dove, viene da chiedersi osservando le fratture, se l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi) e la Federazione italiana Associazioni Partigiane rappresentino davvero la stessa memoria o declinazioni opposte della stessa guerra civile –, ma episodi di cronaca dalla gravità inaudita. A Roma, nei pressi di Parco Schuster, due iscritti all’Anpi sono stati presi di mira da un individuo in sella a uno scooter chiaro; indossava un casco integrale e una giacca mimetica, aveva un’arma – poi risultata essere una pistola ad aria compressa – e non ha esitato a sparare ad altezza d’uomo. La dinamica dell’agguato, avvenuto mentre la coppia cercava semplicemente una gelateria, lascia ipotizzare una volontà precisa di colpire chi, quel giorno, esponeva il fazzoletto partigiano. Uno dei due, una donna, è stata ferita alla spalla, mentre l’uomo è stato raggiunto al viso.
Le indagini della Digos, coordinate dalla Procura di Roma, si stanno attualmente concentrando sui frame delle telecamere di sorveglianza di via Ostiense. Gli investigatori – che non escludono l’ipotesi di fiancheggiatori o mandanti – stanno scandagliando gli archivi dell’estremismo di destra, convinti che l’azione, sebbene condotta da un singolo esecutore, possa essere maturata in un contesto di radicalizzazione già monitorato dalle forze dell’ordine. “Ho visto quella pistola puntata contro di me”, ha raccontato Rossana Gabrieli, una delle vittime, descrivendo lo choc di chi ha pensato di morire per la sola colpa di essere antifascista. La differenza, sostanziale, tra un dissenso politico legittimo e un tentativo di intimidazione armata sta proprio in questo crinale sottile: l’uso della violenza fisica, anche se non letale, per negare all’altro il diritto a presenziare.
Il dopo corteo e l’ombra lunga dell’antisemitismo
A Milano, la dinamica opposta ha generato altrettanto sconcerto. Qui la Brigata ebraica, una formazione combattente che partecipò attivamente alla lotta contro il nazifascismo, non è stata colpita da pallini, ma dalla rabbia di una parte dei manifestanti. Inseritasi nel corteo su indicazione della polizia, la Brigata si è trovata bloccata e contestata con insulti antisemiti raccapriccianti (“siete saponette mancate”), fino a essere costretta a lasciare la piazza scortata dalle forze dell’ordine. Il presidente della comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, ha lanciato un'accusa pesantissima contro l’Anpi, rea – secondo la sua lettura – di non aver saputo arginare queste frange e di aver, in qualche modo, legittimato un clima di ostilità verso Israele e, per estensione, verso gli ebrei in marcia.
Dall’altra parte, esponenti di Avs e dei centri sociali – come la consigliera comunale dei Verdi Francesca Cucchiara – hanno ribattuto che sventolare in corteo la bandiera israeliana o i ritratti di Netanyahu (leader sotto mandato di cattura internazionale per crimini di guerra) non fosse altro che una “provocazione” pianificata per bloccare la manifestazione. Un balletto di responsabilità, insomma, in cui la vittima designata di una mattinata (la comunità ebraica) si ritrova accusata di essere l’artefice del proprio stesso linciamento verbale.
La funzione super partes del Colle e il giudizio sul doppiopesismo
In questo marasma di veti incrociati, la voce più autorevole è rimasta, come sempre, quella del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Lui, a San Severino Marche, ha scelto di non entrare nello sterile gioco delle parti, ma di ribadire un concetto basilare: “Ora e sempre Resistenza”, ha detto con forza, ricordando come la pace e la libertà siano valori che “non conoscono confini” e come la memoria del 25 aprile non possa essere piegata a posizioni ideologiche. Un messaggio, il suo, che ha cercato di ricostruire quel filo rosso della legalità che le macerie del 25 aprile, troppo spesso, finiscono per seppellire.
Eppure, il nodo centrale sollevato dall’analisi post-festa resta proprio quel “doppiopesismo” denunciato dall’opinione pubblica. Se è vero che la democrazia permette a chiunque – anche ai nostalgici del Duce – di riunirsi a Dongo o a Giulino di Mezzegra per il rito del “presente” e il saluto a braccio teso, è altrettanto vero che chi oggi guida il governo non può permettersi di usare la stessa bilancia per pesare i vizi degli altri senza aver prima fatto i conti con le ombre della propria storia politica. La violenza va condannata sempre, sia quella dei pallini sparati a Roma, sia quella verbale degli slogan antisemiti a Milano; ma quando la condanna parte da una presidente del Consiglio che ha fatto della continuità con il Msi un tratto identitario, quel moralismo rischia di trasformarsi in un boomerang. La memoria, come ha dimostrato questo 25 aprile, è una piattaforma instabile: crolla facilmente se chi la invoca usa le mani per coprirsi gli occhi.




