Abusi su minori, per il giornalista e la professoressa si profila il trasferimento dell'inchiesta a Venezia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è tenuto in questi giorni, dinanzi al gip di Roma, l'interrogatorio di garanzia per il giornalista 48enne e la professoressa 52enne di Treviso, la coppia finita al centro di un'inchiesta per gravi reati che ipotizzano violenza sessuale su minori, produzione e detenzione di materiale pedopornografico, con l'aggravante della concorsualità tra i due indagati. L'uomo, che si trova rinchiuso nel carcere di Rebibbia, ha scelto di rispondere alle domande del magistrato attraverso dichiarazioni spontanee, una facoltà che gli consente di interloquire con il giudice senza sottoporsi al contraddittorio tecnico di un interrogatorio formale, e in quella sede avrebbe provato a delineare una ricostruzione dei fatti profondamente divergente rispetto al quadro accusatorio fin qui delineato dagli inquirenti. La donna, detenuta nel carcere veneziano della Giudecca, ha invece affrontato l'esame per oltre due ore, rispondendo a ogni domanda e negando con decisione ogni addebito. I suoi legali, le avvocate Marta Labozzetta e Francesca Ottoni del foro di Treviso, hanno già formalizzato l'istanza per la revoca della misura cautelare, ritenendo che non sussistano i presupposti per una custodia in carcere, forti di quelli che definiscono "buoni elementi a difesa" che sarebbero emersi a sostegno della tesi di innocenza della loro assistita.

La genesi dell'indagine, coordinata inizialmente dalla procura capitolina con i carabinieri del Nucleo investigativo, affonda le radici nella denuncia presentata dall'ex compagno della docente, padre della ragazzina che oggi ha sedici anni. Fu la minore, infatti, a innescare la macchina investigativa: mentre si trovava a Treviso nell'abitazione materna, la ragazza si imbatté in una chat aperta sul computer della donna, una conversazione con il suo compagno giornalista nella quale venivano scambiate immagini a sfondo sessuale che la ritraevano, insieme ai suoi due cuginetti di cinque e otto anni. La scoperta, avvenuta alla fine dello scorso novembre, ha portato la giovane a fotografare con il proprio telefono i frame di quelle conversazioni, inviandoli poi alla nuova compagna del padre, figura con cui aveva instaurato un solido legame di fiducia e che la supportò nel lasciare immediatamente Treviso con una scusa per poi procedere con la denuncia formale. L'analisi dei dispositivi informatici sequestrati – telefoni, computer e tablet – ha restituito un compendio probatorio definito "elevatissimo" dagli stessi investigatori, con una mole di foto e video dai contenuti espliciti che ritraevano i minori in momenti di quotidianità violata, come il bagnetto o il sonno, e che venivano commentati dai due amanti con un linguaggio agghiacciante nella sua normalità, quasi fosse un gioco erotico di coppia.

La competenza territoriale e i nuovi scenari investigativi

Un passaggio procedurale di rilievo, destinato a segnare l'evoluzione delle indagini, riguarda la probabile trasmissione degli atti alla procura di Venezia. La decisione, motivata dal principio della competenza territoriale per i reati distrettuali, si fonda sul luogo in cui sarebbero stati commessi gli abusi e dove avveniva lo scambio del materiale illecito, ovvero Treviso, città di residenza della professoressa. Saranno quindi i magistrati lagunari, specializzati per questo genere di fattispecie, a dover vagliare l'intero impianto accusatorio, inclusi gli elementi emersi dalle perquisizioni e dalle audizioni protette, tra cui quella della sedicenne che ha permesso di ricostruire un quadro di presunte molestie che sarebbero state perpetrate anche ai danni dei nipoti, con la zia che in più di un'occasione avrebbe indugiato in toccamenti nelle zone intime dei bambini, arrivando a farsi riprendere mentre li molestava. Le chat sequestrate, alcune delle quali riportate in parti salienti dagli inquirenti, restituiscono la dinamica di una relazione malata: lei che parla di "assi nella manica" e di come rispettasse le "consegne" di lui, un linguaggio che per la procura lascia poco spazio all'immaginazione sulla natura del loro accordo.

Un altro fronte caldo dell'inchiesta riguarda i contatti del giornalista con l'estero. Dall'analisi del suo telefono, sequestrato al momento dell'arresto avvenuto alla stazione Termini al suo rientro da Bologna, sono emerse tracce di partecipazione a canali e gruppi di messaggistica istantanea, in particolare su Telegram, attraverso i quali l'uomo avrebbe avuto scambi di materiale pedopornografico con soggetti stranieri. Gli investigatori stanno ora setacciando questi flussi comunicativi per comprendere se ci si trovi di fronte a una rete più ampia, a un giro strutturato di condivisione di contenuti illegali che potrebbe allargare il numero degli indagati. Il giudice per le indagini preliminari, nel disporre la custodia cautelare in carcere per entrambi, ha ravvisato con chiarezza il concreto pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio, timore quest'ultimo che giustifica la necessità di mantenere isolati i due indagati per evitare che possano accordarsi o distruggere ulteriori prove informatiche. Mentre il fronte giudiziario si appresta a vivere questo passaggio di consegne tra le procure, la posizione della professoressa, che pure attraverso le sue legali tenta di scardinare l'accusa di violenza sostenendo di non aver mai fatto nulla, rimane al centro di un caso che ha scosso profondamente l'opinione pubblica per la ferocia silenziosa con cui si è consumato tra le mura domestiche.

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