Treviso, la professoressa interrogata in carcere si difende: “Non sono una pedofila, sono innocente”
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Redazione Interno
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Ha trascorso oltre due ore davanti al giudice per le indagini preliminari, nel carcere femminile della Giudecca a Venezia, la professoressa cinquantaduenne di Treviso arrestata nei giorni scorsi con l’accusa di aver prodotto e condiviso materiale pedopornografico ritraente la propria figlia minorenne e i due nipoti, bambini di cinque e nove anni. La donna, che secondo quanto ricostruito dagli inquirenti intratteneva una relazione clandestina con un giornalista romano di quarantotto anni, ora detenuto a Rebibbia, ha risposto a tutte le domande del magistrato, scegliendo la strada dell’interrogatorio e avvalendosi della facoltà di rendere dichiarazioni spontanee solo in un secondo momento, quando è toccato al suo compagno. Nel corso dell’udienza, la docente ha negato con fermezza ogni addebito, arrivando a pronunciare una frase secca, riportata dalla stampa locale, con cui ha voluto marcare la propria distanza dalle ipotesi accusatorie: “Non sono una pedofila”. Una dichiarazione, questa, che le sue avvocatesse, Marta Labozzetta e Francesca Ottoni del foro di Treviso, hanno subito messo a fondamento dell’istanza con cui hanno chiesto al giudice la revoca della misura cautelare e la remissione in libertà della loro assistita.
L’ammissione degli scambi e la strategia difensiva che punta a ridimensionare l’accusa
Se da un lato la parola d’ordine della difesa è “innocenza”, dall’altro, stando a quanto filtra dagli atti e dalle cronache giudiziarie, la linea difensiva non sembrerebbe negare l’esistenza di uno scambio di messaggi e immagini tra i due amanti, quanto piuttosto la loro interpretazione in chiave sessuale e violenta. La donna, infatti, avrebbe ammesso l’invio di alcune foto dei bambini al giornalista, ma si sarebbe dichiarata estranea ai reati di violenza sessuale e produzione di materiale pedopornografico, tentando di ridimensionare la natura di quegli scambi a semplici istantanee familiari, prive di quelle intenzioni che gli investigatori della procura di Roma, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri e dalla pm Maria Perna, ritengono invece di aver dimostrato. Lui, il giornalista, ex vicedirettore di un telegiornale nazionale e con incarichi di rilievo nella comunicazione di una società partecipata pubblica, ha scelto una strada solo parzialmente diversa: davanti al giudice si è affidato a dichiarazioni spontanee, senza sottoporsi al contraddittorio dell’interrogatorio, ma anche in questo caso, per quanto emerso, la sostanza non cambierebbe, con una linea che tende a negare la consapevolezza della gravità dei fatti contestati.
La genesi dell’inchiesta e il materiale sequestrato che inchioda la coppia
A far scattare le indagini, come noto, è stata la scoperta casuale fatta proprio dalla figlia minorenne della professoressa, una ragazzina che oggi ha sedici anni. La giovane, mentre si trovava nell’abitazione della madre a Treviso, si sarebbe imbattuta in una chat archiviata nel computer della donna, una conversazione con l’uomo con cui la madre aveva una relazione, e in quella chat avrebbe visto immagini che la ritraevano, insieme ai suoi cuginetti di cinque e nove anni, in pose che non lasciavano spazio a fraintendimenti. Fu quel ritrovamento a spingerla a parlare con il padre, ex compagno della docente, il quale non esitò un istante a presentare denuncia ai carabinieri. Da quel momento, l’attività investigativa dei militari del Nucleo Investigativo di Roma ha preso il via, portando a perquisizioni e sequestri che hanno restituito un quadro probatorio definito “solido” dagli stessi inquirenti. Telefoni, tablet e computer portatili sono finiti sotto sequestro e l’analisi forense, come spiegato in una nota, ha permesso di recuperare una mole impressionante di file, compresi quelli cancellati: non solo le foto oggetto della denuncia, ma anche video che, secondo l’ipotesi accusatoria, ritrarrebbero i nipotini della donna mentre lei li costringeva a subire attenzioni sessuali, con tanto di commenti scambiati in chat con il compagno romano, commenti in cui lui la spronava e lei parlava di “avere assi nella manica”.
La posizione del giornalista e l’ipotesi di un trasferimento dell’inchiesta a Venezia
Per l’uomo, che ha due figli e che sarebbe stato intercettato dai carabinieri al suo rientro in treno da un viaggio a Bologna, la situazione processuale appare al momento altrettanto complessa. Nei suoi dispositivi, infatti, non sarebbero state trovate soltanto le immagini inviate dalla compagna, ma anche contatti con soggetti stranieri e la partecipazione a chat su Telegram dedicate allo scambio di materiale pedopornografico, un elemento, questo, che allargherebbe il perimetro delle indagini ben oltre la relazione tra i due. E mentre le difese tentano di gettare le basi per una richiesta di attenuazione o caducazione della misura cautelare, la procura capitolina valuta ora un passaggio di consegne: competenza territoriale vorrebbe che l’inchiesta fosse trasmessa alla procura di Venezia, distretto nel cui territorio, e in particolare nella provincia di Treviso, sarebbero stati commessi la maggior parte dei reati contestati, compresa la presunta produzione del materiale illecito. Un passaggio burocratico, questo, che potrebbe slittare solo dopo la definizione degli interrogatori di garanzia e che comunque non modificherebbe la sostanza di un’indagine che ha già portato alla luce un sistema di presunte violenze e scambi, consumato nell’ombra di due esistenze apparentemente normali e lontane anni luce da quel mondo criminale in cui gli investigatori le hanno invece calate.




