La professoressa di Treviso si difende: «Sono distrutta, non ho fatto nulla». Le chat con il giornalista e quel gergo da «missione»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Rinchiusa nel carcere femminile della Giudecca a Venezia, la professoressa 52enne di un liceo della Marca trevigiana ha rotto il silenzio soltanto per affidare alle sue legali una frase secca, quasi un mantra difensivo destinato a scontrarsi con un impianto accusatorio che i magistrati della Procura di Roma descrivono come solido e dettagliato. «Sono distrutta, non ho fatto nulla di quello che mi viene contestato» ha ripetuto la donna, docente stimata in provincia, parlando con le avvocate Marta Labozzetta e Francesca Ottoni; queste ultime, pur mantenendo il massimo riserbo imposto dalla delicatezza della vicenda e dalla necessità di tutelare i minori coinvolti, hanno comunque fatto sapere di avere «buoni elementi a difesa», lasciando intendere che la ricostruzione degli inquirenti potrebbe avere letture alternative o quantomeno zone d’ombra da chiarire. La donna, finita in manette sabato scorso assieme al compagno, un noto giornalista di 48 anni già vicedirettore di un telegiornale nazionale e ora dirigente della comunicazione per una società partecipata pubblica, si trova dunque in attesa dell’interrogatorio di garanzia che il gip competente fisserà entro la fine della settimana; il compagno, dal canto suo, è recluso a Rebibbia, e anche per lui si terrà a breve l’udienza di convalida dell’arresto.

L’inchiesta nata dalla scoperta della figlia sedicenne

Tutto è cominciato nello scorso autunno, quando una ragazzina di 16 anni, figlia della professoressa, si è confidata con il padre, dal quale la donna è separata, raccontandogli di avere trovato nella memoria del computer della madre - mentre si trovava a Treviso - una chat intercorsa tra lei e il suo attuale compagno, il giornalista romano; in quella conversazione, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Nucleo Investigativo, venivano scambiate foto e messaggi a sfondo sessuale che ritraevano minori, e tra questi c’erano proprio immagini della ragazzina e dei suoi due cuginetti di 5 e 8 anni, figli del fratello della donna. Il padre, dopo avere ascoltato il racconto della figlia, non ha esitato un istante e si è rivolto ai carabinieri, innescando cosí una macchina investigativa che ha portato in poche settimane all’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare; le successive perquisizioni, condotte contestualmente a Roma e a Treviso, hanno permesso di sequestrare telefoni, computer portatili e tablet, il cui esame forense ha restituito quella che gli investigatori definiscono una «elevatissima mole di dati» dal contenuto inequivocabile.

Le chat e il lessico inquietante: «Ho assi nella manica»

Dalle conversazioni recuperate sui dispositivi elettronici, nonostante i tentativi di cancellarle, affiora un dialogo tra i due indagati che lascia poco spazio all’immaginazione: in un passaggio, il giornalista scrive alla compagna «Oggi mi è venuto un flash troppo perverso pensando a te che fai la baby sitter ai tuoi Avengers», con chiaro riferimento ai nipotini; e lei risponde «Ho assi nella manica, tu mi hai dato incarichi e io ho rispettato le consegne». Un lessico che gli investigatori definiscono quasi militaresco, quasi si trattasse di una catena di comando, con lui a impartire direttive e lei a eseguire: «Brava zia, prenditi cura dei nipotini» le scriveva lui, mentre in un altro scambio la donna confessava «Lí per lí sono stata concentrata nella missione ma il pensiero poi di raccontartelo e di condividere con te sta roba mi fa impazzire». La Procura, con il pm Maria Perna e il procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, ritiene che la donna non si sia limitata a fotografare la figlia e i nipotini in pose inequivocabili, ma che abbia anche compiuto veri e propri atti sessuali sui piccoli, come ripetuti toccamenti nelle zone genitali, il tutto mentre filmava la scena per poi inviare i video al compagno.

Il ruolo del giornalista e le indagini su una rete internazionale

Sul fronte romano, l’attenzione degli inquirenti si concentra ora anche su quanto emerso dai dispositivi del giornalista 48enne, il quale, stando alle prime analisi, avrebbe avuto contatti attraverso la piattaforma Telegram con canali internazionali dedicati allo scambio di materiale pedopornografico; messaggi in inglese e conversazioni con profili esteri fanno ipotizzare che l’uomo potesse essere inserito in una rete ben piú ampia, e non è escluso che le immagini prodotte dalla compagna a Treviso potessero avere una destinazione finale ben piú vasta della semplice fruizione personale della coppia. Per ora, l’ipotesi investigativa principale resta quella di un rapporto malato e morboso tra i due, con ruoli precisi e una dinamica perversa, ma gli accertamenti proseguono per verificare se altre persone possano avere ricevuto o richiesto quel materiale; il gip, nel firmare l’ordinanza, ha sottolineato come il carcere fosse l’unica misura adeguata non solo per il rischio di inquinamento probatorio ma anche per la concreta possibilità di reiterazione del reato, dato il tenore delle conversazioni e la sistematicità dei comportamenti. Nel frattempo, non si esclude che il fascicolo venga trasferito alla Procura di Venezia, competente per distretto sui reati informatici legati alla sfera sessuale, visto che la produzione del materiale è avvenuta prevalentemente a Treviso; la difesa della professoressa, intanto, prepara le carte per l’interrogatorio di garanzia, forte di quei «buoni elementi» che, secondo le legali, potrebbero ridimensionare il quadro accusatorio.

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