La professoressa si professa innocente e il giornalista si riserva di rispondere, intanto l’inchiesta si sposta a Venezia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è chiusa con due esiti processuali diametralmente opposti la fase degli interrogatori di garanzia per la cinquantaduenne insegnante trevigiana e il quarantottenne giornalista romano, entrambi raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con le accuse, contestate a vario Titolo e in concorso tra loro, di violenza sessuale su minori, pornografia minorile e detenzione di materiale pornografico realizzato sfruttando proprio i bambini. La donna, reclusa nel carcere femminile della Giudecca a Venezia, davanti al giudice per le indagini preliminari si è avvalsa della facoltà di rispondere alle domande e lo ha fatto con una linea difensiva netta e lineare: "Sono innocente", avrebbe detto secondo quanto riferito dai suoi legali, respingendo con decisione ogni singolo addebito e offrendo una versione dei fatti che, nelle intenzioni della difesa, dovrebbe scardinare l’impianto accusatorio costruito dagli inquirenti. Di tenore completamente diverso, invece, la strategia processuale prescelta dall’uomo, che si trova rinchiuso nel carcere di Rebibbia a Roma: il giornalista, infatti, pur non sottraendosi del tutto al confronto con l’autorità giudiziaria e rendendo alcune dichiarazioni spontanee, ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande postegli dal giudice, alimentando ulteriori interrogativi sul suo effettivo ruolo nella vicenda e sulla natura dei rapporti intrattenuti con la coindagata.

L’ombra delle chat crittografate e i contatti internazionali dell’indagato

A gettare una luce sinistra sulla complessità del caso, e a suggerire possibili sviluppi investigativi ben più ampi, è il materiale digitale rinvenuto dagli inquirenti nel corso delle perquisizioni, in particolare sullo smartphone in uso al giornalista. Gli accertamenti tecnici condotti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma avrebbero portato alla luce contatti e conversazioni intrattenuti dall’uomo su canali Telegram, una piattaforma di messaggistica nota per le sue caratteristiche di crittografia e riservatezza, con soggetti residenti all’estero. Non si tratterebbe di semplici scambi di opinione, bensì della partecipazione attiva a veri e propri canali dedicati alla pedopornografia, dove le immagini e i video, verosimilmente quelli prodotti e inviati dalla professoressa, venivano condivisi e commentati in lingua inglese, delineando così i contorni di una rete internazionale di traffico di materiale illegale che gli investigatori ora dovranno cercare di delineare e smantellare. Questo scenario, se confermato, aggraverebbe ulteriormente la posizione del quarantottenne, non più solo presunto istigatore e destinatario di contenuti, ma anche possibile divulgatore su scala globale.

I messaggi ritenuti di "istigazione" e il trasferimento del fascicolo

Il nucleo centrale dell’accusa, però, rimane saldamente ancorato ai rapporti tra i due indagati e alle condotte specifiche contestate alla donna, una professoressa di liceo fino a ieri insospettabile e stimata nel suo ambiente di vita e lavoro. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, la genesi dell’indagine risale alla denuncia presentata dall’ex compagno della cinquantaduenne, allertato a sua volta dalla figlia sedicenne della coppia: la ragazza, durante un soggiorno a Treviso dalla madre, avrebbe accidentalmente aperto il personal computer della donna e scoperto una chat con il giornalista contenente messaggi inequivocabili e immagini a sfondo sessuale che ritraevano lei stessa, all’epoca solo una bambina, e i suoi due cuginetti di cinque e otto anni, figli del fratello della professoressa. Le conversazioni sequestrate sarebbero costellate di frasi ambigue e particolarmente crude, con il giornalista che, secondo l’ipotesi accusatoria, spronava la compagna a compiere quegli atti e a fotografarli, parlando di "incarichi" e "consegne" da rispettare, quasi fosse un’organizzazione paramilitare al servizio di una perversione condivisa, e complimentandosi con lei per essersi presa cura dei nipotini. La complessità delle indagini e la loro estensione territoriale, con reati che si sarebbero consumati in buona parte a Treviso e in Veneto, ha portato la procura di Roma, dove l’inchiesta è stata avviata, a disporre l’imminente trasferimento degli atti per competenza alla procura distrettuale di Venezia, che ora avrà il compito di coordinare tutti i successivi accertamenti e di valutare le posizioni dei due indagati alla luce del nuovo materiale probatorio e delle dichiarazioni difensive rese in queste ore.

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