Putin apre le casseforti degli oligarchi per finanziare la guerra: appello a “contributi volontari” nel segno del deficit
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Redazione Esteri
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Il regime di Vladimir Putin, alle prese con un dissanguamento delle risorse statali dovuto ai costi dell’invasione dell’Ucraina, avrebbe fatto ricorso a una leva inedita per sostenere lo sforzo bellico: le tasche dei suoi stessi oligarchi. Secondo quanto emerso da fonti vicine ai fatti e riportato da testate come il Financial Times e il portale indipendente The Bell, il presidente russo avrebbe lanciato un appello diretto ai grandi imprenditori del Paese, chiedendo loro di versare “contributi volontari” al bilancio della difesa. L’incontro, avvenuto a porte chiuse al termine del Congresso dell’Unione russa degli industriali e degli imprenditori, avrebbe avuto un tono inequivocabile: la guerra continuerà fino al raggiungimento dei confini del Donbass e, per farlo, servono risorse fresche.
Le pieghe del bilancio e la pressione sulla grande impresa
A fare da sfondo a questa richiesta è una situazione finanziaria che, nonostante i proclami ufficiali, mostra evidenti crepe. Il deficit di bilancio nei soli primi due mesi dell’anno avrebbe già superato il 90% della proiezione annua, un dato che racconta di casse sempre più vuote per effetto delle spese militari – aumentate del 42% lo scorso anno – e delle sanzioni occidentali, che costringono Mosca a vendere il proprio petrolio a prezzi scontati, riducendo il principale gettito fiscale. In questo contesto, la richiesta agli oligarchi rappresenta un tentativo di tamponare un’emorragia che le tradizionali manovre fiscali, come l’aumento dell’IVA al 22% di inizio anno, non sono bastate a fermare.
L’iniziativa, secondo quanto ricostruito, non sarebbe nata direttamente dal Cremlino, ma sarebbe stata caldeggiata da Igor Sechin, il potente capo di Rosneft e fedelissimo di Putin sin dai tempi del KGB, che avrebbe proposto di “intercettare” le ricchezze accumulate dagli imprenditori durante gli anni Novanta. La risposta, in un sistema in cui il potere politico e quello economico sono indissolubilmente legati, non si è fatta attendere. Suleiman Kerimov, magnate del Daghestan con interessi in diversi settori, avrebbe immediatamente promesso una donazione di 100 miliardi di rubli (oltre un miliardo di euro), mentre almeno altri due imprenditori avrebbero dato la loro disponibilità, seppur senza quantificare l’importo.
La versione del Cremlino tra smentite e ammissioni indirette
Di fronte alla pubblicazione di queste indiscrezioni, la macchina della comunicazione del Cremlino ha cercato di imbastire una narrazione alternativa, sebbene con qualche contraddizione. Il portavoce Dmitry Peskov ha infatti confermato che durante l’incontro uno dei partecipanti ha effettivamente proposto di destinare una somma considerevole allo Stato, definendola una “decisione della sua famiglia” legata al fatto che molti dei presenti avevano costruito le loro fortune negli anni Novanta “in qualche modo legati allo Stato”. Peskov ha tenuto a precisare che “non è stata un’iniziativa del presidente Putin”, il quale si è però limitato a “salutare favorevolmente” tale slancio patriottico.
Una distinzione, quella tra “appello” e “offerta spontanea”, che appare sottile ma funzionale a mantenere l’immagine di una raccolta fondi non forzata. Le fonti citate da The Bell, tuttavia, dipingono un quadro diverso, raccontando di un incontro in cui il capo del Cremlino avrebbe detto chiaramente che “lutteremo” e “arriveremo fino al confine del Donbass”, lasciando intendere che le risorse necessarie sarebbero dovute arrivare anche dai risparmi privati. La contraddizione tra la retorica ufficiale del “volontariato” e la realtà di un sistema politico che non ammette rifiuti rivela la tensione nelle finanze di guerra.
La traiettoria del conflitto e il peso dell’economia bellica
Mentre sul campo i progressi russi restano limitati e costosi, il fronte economico diventa sempre più centrale per le sorti del conflitto. La decisione di bussare alle porte degli oligarchi arriva in un momento in cui lo Stato ha già spinto al massimo le altre leve fiscali, e mentre il governo valuta nuove imposte sugli extraprofitti per il 2026. La mossa segnala che, nonostante l’allentamento di alcune sanzioni e l’aumento temporaneo dei prezzi del petrolio legato alle tensioni in Medio Oriente, il costo della guerra sta erodendo le riserve accumulate. Putin stesso, durante l’incontro, avrebbe messo in guardia gli imprenditori dal considerare stabili i profitti legati alle fluttuazioni dei prezzi, invitando a un approccio “moderatamente conservativo” nella gestione dei dividendi.
La pressione sulle élite economiche si inserisce così in un quadro più ampio di mobilitazione totale delle risorse nazionali, laddove il settore privato viene chiamato a supplire alle mancanze di un bilancio pubblico sempre più assorbito dalle spese militari. A Kiev, intanto, cresce la preoccupazione per le ripercussioni internazionali, con il presidente Zelensky che ha recentemente espresso timori riguardo a un possibile condizionamento dei sostegni occidentali. In questo scenario, la disponibilità degli oligarchi a finanziare la campagna rappresenta un termometro della loro sopravvivenza all’interno di un sistema in cui il confine tra “volontariato” e imposizione è da tempo stato cancellato.




