Condanna a 30 anni per Montefusco, la Corte di Assise di Modena non concede l'ergastolo
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Redazione Interno
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Salvatore Montefusco, autore del duplice femminicidio della moglie Gabriela Trandafir e della figlia di lei, Renata Trandafir, è stato condannato a trent'anni di carcere dalla Corte di Assise di Modena. La sentenza, che ha suscitato scalpore e indignazione, è stata motivata dalla giudice Ester Russo con la considerazione che Montefusco, incensurato fino ai settant'anni, non avrebbe agito in quel modo se non fosse stato spinto dalle dinamiche familiari nefaste che si erano innescate nel tempo.
La Corte ha ritenuto equivalenti le attenuanti generiche alle aggravanti contestate, giustificando così la mancata condanna all'ergastolo. La decisione ha provocato una forte reazione da parte dei familiari delle vittime e del coordinamento dei centri antiviolenza dell'Emilia-Romagna, che hanno definito la sentenza "vergognosa". La motivazione della sentenza, contenuta in un documento di 213 pagine, ha sottolineato la "comprensibilità umana" dei motivi che hanno spinto Montefusco a commettere il reato.
Il caso ha riacceso il dibattito sulla necessità di riformare l'articolo 27 della Costituzione, che prevede la finalità rieducativa della pena. La condanna a trent'anni, anziché all'ergastolo, è stata vista da molti come un'attenuazione ingiustificata della pena per un crimine così grave. Tuttavia, la Corte ha ribadito che la decisione è stata presa in considerazione delle specifiche circostanze del caso e delle dinamiche familiari che hanno portato Montefusco a compiere il duplice omicidio.
La vicenda di Montefusco, che ha ucciso a colpi di fucile la moglie e la figlia di lei, rappresenta un caso emblematico delle difficoltà nel bilanciare la giustizia retributiva con quella rieducativa.




