Caracciolo e il “malessere” di Trump: scenari di rimozione prima del voto
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Redazione Esteri
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La telefonata, quella andata in scena tra il presidente degli Stati Uniti e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha fatto scattare un campanello d’allarme che, nel salotto televisivo di “Otto e mezzo” su La7, è diventato una previsione tutt’altro che diplomatica. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, non ha usato giri di parole nel commentare gli ultimi strali provenienti dalla Casa Bianca, lasciando intendere che il problema non sia solo contingente, anzi, affondi le radici in una condizione molto più strutturale e preoccupante. Secondo l’analista, l’attuale inquilino della Casa Bianca – che sconta una crescente insofferenza anche nei corridoi del potere interno – potrebbe non vedere la fine del suo mandato, un’evenienza che, seppur estrema, comincia a essere sussurrata con insistenza non solo tra gli avversari politici.
A rendere il quadro particolarmente teso è la combinazione tra il modus operandi del presidente, sempre più incline a scatti verbali che i suoi stessi collaboratori faticano a gestire, e la reazione a catena che questi scatti provocano nello scacchiere internazionale. Caracciolo ha citato il venticinquesimo emendamento della Costituzione americana, quello che prevede la rimozione del presidente in caso di incapacità, come uno scenario concreto di cui “molti del suo stesso partito e dello stesso movimento MAGA” stanno discutendo apertamente. Il ragionamento, alimentato dalla recente escalation verbale contro la premier italiana e Papa Leone XIV – un attacco frontale che ha spiazzato anche i fedelissimi – si fonda su un’analisi lucida: c’è chi, all’interno del perimetro repubblicano, teme che l’uomo possa “fare un disastro” tale da compromettere irrimediabilmente l’assetto geopolitico attuale prima ancora delle elezioni di mid-term.
Il solipsismo secondo Mencacci: una lettura clinica lontana dalla diagnosi
Se la scienza politica cerca di decifrare le mosse del presidente attraverso le categorie del potere, la psichiatria prova a offrire una chiave di lettura dei tratti caratteriali che lo rendono unico nel panorama della storia americana. Claudio Mencacci, co-presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia, ha recentemente gettato luce su questo aspetto in occasione di un congresso a Milano, specificando però un punto cruciale: non si può e non si deve fare una diagnosi a distanza su una persona mai visitata. Tuttavia, lo psichiatra ha introdotto il concetto di “solipsismo”, una condizione comportamentale che aiuta a spiegare l’incapacità di riconoscere l’altro come soggetto autonomo, una tendenza alla menzogna patologica e un disprezzo quasi istintivo per le norme sociali che, nel caso specifico di Trump, sembrano amplificarsi a dismisura.
“Il solipsista – ha spiegato Mencacci – diventa l’unico punto di riferimento di sé stesso, a differenza del narcisista che almeno tenta di sedurre il prossimo”. Questa analisi, che gli esperti americani hanno già collegato a possibili disfunzioni dei lobi frontali spesso associate all’età avanzata, si sposa perfettamente con lo stile comunicativo osservato nelle ultime settimane: un linguaggio esasperato, costruito per parlare esclusivamente al proprio elettorato più fedele, dove la grandiosità e la mancanza di empatia non sono più un vezzo ma una strategia esistenziale. A differenza del passato, quando figure come Mike Pence o i capi di stato maggiore facevano da argine agli eccessi, oggi l’ecosistema della Casa Bianca appare molto più permeabile alle idiosincrasie presidenziali.
Tra il “malessere grave” e la coerenza della strategia
La contraddizione, che tiene banco nei talk show e nei salotti bene informati, è tutta qui: come si concilia l’idea di un presidente “malato” o mentalmente instabile con la lucidità tattica che lo ha portato a dominare la scena politica mondiale? Per Caracciolo, la risposta sta nella pericolosità oggettiva della situazione. Se durante il primo mandato gli “adulti nella stanza” riuscivano a imbrigliare gli impulsi del capo, oggi il meccanismo sembra essersi rotto, sostituito da una sorta di resa incondizionata da parte di chi dovrebbe controllare i freni. Il famoso “venticinquesimo emendamento” – già evocato dai democratici dopo i recenti post su Truth Social in cui si minacciava l’annientamento di civiltà intere – non è più uno strumento astratto di costituzionalisti annoiati, ma una leva che alcuni settori del GOP potrebbero tirare per salvare il salvabile.
Gli attacchi a Meloni, che ha scelto la linea della freddezza diplomatica senza rispondere direttamente alle provocazioni per non alimentare la frattura dell’alleanza atlantica, rappresentano solo la punta dell’iceberg. Il vero nervo scoperto è rappresentato dalle alleanze militari: con il rifiuto di alcuni membri della Nato, tra cui l’Italia, di appoggiare ciecamente le operazioni belliche in Medio Oriente, la frustrazione del presidente è esplosa senza filtri. “Tutto ciò che dice Trump è da prendere con le molle – ha tagliato corto Caracciolo – anzi, lui stesso ce lo dice perché si contraddice almeno tre o quattro volte nello stesso giro di frase”.
Uno stile che amplifica il conflitto, nel vuoto delle garanzie
A rendere lo scenario ancora più infido è la reazione, o meglio la non reazione, del partito repubblicano. Mentre i democratici, con iniziative come quella del deputato Jamie Raskin, provano a istituzionalizzare una commissione che valuti la capacità presidenziale di mantenere i poteri e i doveri dell’ufficio, dall’altra parte dell’emiciclo prevale un silenzio assordante, rotto solo da qualche timida esortazione a non prendere troppo sul serio i post sui social. Figure come il senatore Rick Scott liquidano la questione come una polemica da “dottori”, mentre i leader di partito cambiano argomento appena si nomina la salute mentale del comandante in capo. Questo vuoto di contrappesi interni, come notano molti osservatori, lascia il Paese e il mondo in balia di un equilibrio precario, dove l’unico vero freno agli slanci del presidente potrebbe rivelarsi troppo lento da azionare.
Del resto, non è la prima volta che l’opinione pubblica si interroga sulla lucidità di un presidente: successe con Joe Biden dopo il disastroso dibattito televisivo, quando i democratici stessi brancolavano nel buio. Oggi, però, il copione si è invertito. A differenza del suo predecessore, la cui incedere lento e la voce flebile tradivano un declino fisiologico, Trump utilizza la sua “disinibizione” come un’arma, un martello retorico che usa per sfondare le convenzioni e imporre la sua agenda. I comportamenti bizzarri, la retorica estrema e quel bisogno quasi patologico di apparire come una figura salvifica – immortalato in quelle immagini deep fake che lo ritraggono accanto a Cristo – non sono altro che carburante per una macchina politica che viaggia a pieno regime, ma la cui destinazione finale appare, agli occhi di molti, sempre più incerta e nebulosa.
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