Carburanti, il ribasso non placa i pescatori: “Blocchiamo lo Stretto”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non bastano mai, questi ribassi. Almeno secondo il Codacons, che ha scrutinato gli ultimi dati del Mimit – quelli diffusi proprio nella giornata di ieri, relativi a un martedì che segna il dodicesimo calo consecutivo – e ha tratto una conclusione amara: le riduzioni dei listini alla pompa, per quanto continue, restano ampiamente insufficienti. Il prezzo medio del gasolio, sceso a 2,103 euro al litro, registra un -3,7% rispetto al picco del 9 aprile; un dato che, se letto accanto alle quotazioni dei prodotti raffinati (calate di circa 30 centesimi nello stesso arco temporale), evidenzia quelle asimmetrie strutturali che, da sempre, caratterizzano il comparto petrolifero italiano. La benzina, dal canto suo, ha perso 4,5 centesimi da quella data, un movimento talmente lieve da far apparire quasi irrisoria la manovra delle compagnie.

La discesa dei listini e il paradosso delle pompe bianche

I numeri diffusi dall’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy raccontano, però, anche un’altra storia. Oggi, 21 aprile 2026, sulla rete stradale nazionale la benzina in modalità self service si attesta a 1,747 euro al litro, mentre il gasolio viaggia a 2,087 euro. Un leggero arretramento rispetto ai giorni precedenti, che prosegue quella fase discendente iniziata il 10 aprile. Staffetta Quotidiana segnala, inoltre, nuovi tagli sui prezzi consigliati dei maggiori marchi, con un effetto degno di nota: la differenza tra le compagnie e le cosiddette “pompe bianche” si è praticamente azzerata, tanto sulla benzina quanto sul gasolio. Le compagnie, infatti, si collocano ora su valori compresi tra 1,749 e 1,774 euro al litro per la benzina self, e tra 2,086 e 2,130 per il diesel self; un allineamento che, di per sé, solleva più di un interrogativo sulle dinamiche concorrenziali del settore.

La reazione dei pescatori: lo Stretto come linea di tensione

E proprio mentre i listini continuano a scendere – seppur a rilento, come si è visto –, da un’altra parte del paese arriva una minaccia che non è solo verbale. I pescatori, esasperati da un costo del gasolio che ritengono ancora insostenibile (nonostante i ribassi degli ultimi dodici giorni), hanno annunciato una mobilitazione dura: “Blocchiamo lo Stretto”. La frase, asciutta e senza mezzi termini, è stata lanciata in queste ore e rappresenta un’escalation concreta rispetto alle semplici proteste di piazza. Nessun dettaglio operativo è stato reso noto, ma la posta in gioco è chiara: lo Stretto di Messina, snodo vitale per i traffici commerciali e per i collegamenti tra la Sicilia e il continente, potrebbe trasformarsi da infrastruttura strategica a teatro di una protesta dal forte impatto economico. Gli stessi pescatori, d’altronde, vedono nel divario tra il calo delle quotazioni internazionali (quelle dei raffinati, scese molto più rapidamente) e quello dei prezzi alla pompa la prova lampante di una speculazione a loro danno.

L’analisi dei dati: il dodicesimo giorno consecutivo di cali

Per inquadrare la portata del fenomeno, occorre tornare ai numeri forniti dal Mimit. Il gasolio, dal picco del 9 aprile a oggi, ha perso quasi dieci centesimi al litro; un dato che, a prima vista, sembrerebbe rilevante. Ma la controprova arriva dalle quotazioni dei prodotti raffinati, che nello stesso periodo hanno visto un crollo di circa 30 centesimi per il gasolio e 6 per la benzina. La forbice, insomma, non si chiude. I pescatori lo sanno bene, perché il gasolio è la loro materia prima essenziale: ogni centesimo in più al litro si traduce in un costo operativo che, in un settore già martoriato da margini risicati, rischia di diventare insostenibile. La discesa dei prezzi medi – 1,761 euro per la benzina self e 2,107 per il diesel self secondo i rilevamenti di qualche giorno fa, prima dell’ulteriore lieve flessione odierna – non ha quindi placato gli animi. Anzi, la minaccia di bloccare lo Stretto arriva proprio nel momento in cui i listini continuano a calare, a dimostrazione che, per chi ci vive di lavoro, quel ribasso è ancora troppo poco e troppo lento.

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