Omicidio Gaglio a Palermo, l’avvocato del cognato killer smentisce il movente

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’operaio palermitano Giuseppe Cangemi, che si è costituito dopo avere ucciso il cognato Stefano Gaglio la scorsa settimana, ha parzialmente ritrattato la sua confessione iniziale attraverso le parole del suo difensore. L’avvocato, infatti, ha categoricamente smentito che all’origine del delitto, consumato davanti alla farmacia Sacro Cuore dove la vittima, 39enne, lavorava come magazziniere, vi siano state liti familiari riconducibili a questioni patrimoniali. Una versione, la sua, che si scontra con le ricostruzioni investigative finora emerse e che getta una luce ancora più opaca sulla vicenda.

Le indagini, coordinate dai pubblici ministeri Maurizio Bonaccorso e Gaetano Bosco, stanno seguendo piste differenti ma parallele, poiché – al di là delle dinamiche apparentemente chiare – il caso presenta contorni complessi e sfaccettati. Da un lato, si approfondisce la condizione psicologica dell’omicida, il quale, durante il suo interrogatorio, ha fatto riferimento a presunti “problemi di testa” e ha pronunciato frasi sconnesse quando è stato pressato dai magistrati sulle ragioni del suo gesto; dall’altro, gli inquirenti non possono ignorare il contesto in cui l’uomo è inserito.

Proprio il nome di Cangemi, infatti, compare incidentalmente nelle carte di una recente maxi-inchiesta dei carabinieri sul mandamento mafioso di Porta Nuova, che lo scorso febbraio portò a 181 misure cautelari. Dalle intercettazioni ambientali emergeva che alcuni incontri di esponenti di Cosa Nostra si tenevano con una certa regolarità all’interno del minimarket di proprietà della sua famiglia, situato nel cuore del quartiere della Kalsa; un dettaglio che, sebbene non leghi direttamente l’uomo ai fatti di mafia, delinea uno scenario di frequentazioni che gli investigatori sono tenuti a valutare.

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