Sciopero generale dei trasporti il 18 maggio, l’Usb blocca il paese contro “l’economia di guerra”
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Redazione Interno
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Non è un’emergenza che verrà, né una catastrofe annunciata sui giornali. La guerra, quella vera, è già qui, e non si combatte con i carri armati ma con le buste paga che si assottigliano mese dopo mese, con i pronto soccorso che sembrano navi fantasma e con i bus che, quando passano, lo fanno con un’ora di ritardo. È una guerra silenziosa, quella che il sindacato Usb (Unione Sindacale di Base) ha deciso di raccontare attraverso un’arma di lotta tradizionale ma dal significato profondamente rinnovato: lo sciopero generale proclamato per lunedì 18 maggio, un’astensione di 24 ore che coinvolgerà il personale del settore pubblico e privato aderente, con un impatto inevitabile su treni, bus, taxi e persino sulle autostrade. Le fasce di garanzia, come prevede la legge, verranno rispettate, ma l’obiettivo dichiarato è quello di fermare il paese, di togliergli il respiro per un giorno intero, perché – a detta dei rappresentanti sindacali – il nemico non è più solo l’inflazione o la precarietà, ma una precisa scelta politica che sposta risorse dalle periferie alle caserme.
“I soldi delle armi tolti ai salari”: la mobilitazione parte da Genova
Il cuore pulsante della protesta batte a Genova, dove l’appuntamento è fissato per le 10.00 davanti alla prefettura, in attesa della manifestazione nazionale prevista per il 23 maggio a Roma. L’Usb, che già in passato aveva dimostrato la propria capacità di mobilitazione, rilancia senza mezzi termini: “Contro guerra, genocidio, riarmo e repressione. Per salari, welfare, sanità, scuola, diritti, democrazia”. Parole pesanti, certo, ma che per il sindacato trovano un fondamento quotidiano nella vita di chi ogni mattina fa i conti con un pieno di benzina che pesa come un macigno o con un affitto che divora metà dello stipendio. Ogni euro destinato alle spese militari, secondo questa lettura, è un euro sottratto alla sanità pubblica, alle pensioni, alla manutenzione delle scuole – quelle stesse scuole che, come si legge nel documento di mobilitazione, “cadono a pezzi”. Non si tratta, quindi, di un semplice braccio di ferro contrattuale: la richiesta è politica, radicale, e mira a interrompere qualsiasi legame, economico o commerciale, con i conflitti in corso, a cominciare da quelli che insanguinano l’Europa e il Medio Oriente.
Trasporti a rischio e lezioni sospese: i disagi previsti per il 18 maggio
L’annuncio, inevitabilmente, getta nel caos gli orari di milioni di pendolari. I sindacati autonomi di base, che da anni contestano le logiche del “riarmo”, hanno costruito una piattaforma che intreccia la condanna delle spese belliche con la difesa del potere d’acquisto, ormai eroso da rincari che non accennano a fermarsi. Lunedì 18 maggio, dunque, ci si aspetta un’adesione massiccia soprattutto nel comparto dei trasporti, dove la rabbia per i turni massacranti e i salari congelati si mescola alla paura per un futuro sempre più precario. Le lezioni, in molte città, potrebbero saltare, perché l’agitazione riguarda anche il personale della scuola e della sanità: i presidi sono già stati avvisati, così come i direttori generali delle aziende sanitarie locali, ma nessuno può prevedere con esattezza quanti lavoratori incroceranno le braccia. Quel che è certo è che l’Usb non intende concedere sconti: “Torniamo a riempire le strade”, scrivono in una nota, “scioperare contro l’economia di guerra che stanno pagando lavoratrici e lavoratori, precari, disoccupati, studenti e quartieri popolari”.
Niente tregua per il governo: la richiesta di fermare le commesse militari
La posta in gioco, agli occhi del sindacato, è altissima: non si chiede un semplice aumento di stipendio, ma una inversione di rotta culturale e finanziaria. “I soldi devono andare a stipendi, scuola e sanità”, ripetono i delegati, consapevoli che l’esecutivo – trascinato dagli impegni atlantici – difficilmente cederà sul capitolo delle commesse all’industria bellica. Eppure, il messaggio lanciato dall’Usb è diretto proprio al governo, al quale si chiede di interrompere ogni fornitura o appalto che possa essere letto come un sostegno materiale ai conflitti in atto. Non una provocazione, sostengono gli attivisti, ma un atto di responsabilità: in un paese dove le disuguaglianze crescono e i servizi essenziali arrancano, destinare miliardi ai carri armati o ai missili significa condannare intere generazioni a un benessere dimezzato. Lo sciopero del 18 maggio, dunque, si configura come un banco di prova, un modo per verificare quanti siano disposti a scendere in piazza – o a lasciare il posto di lavoro – pur di gridare che la vera emergenza non è quella militare, ma quella sociale.




