The Drama, il film che trasforma il gioco della verità in una bomba a orologeria
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, in «The Drama» — l’ultima fatica del regista norvegese Kristoffer Borgli, distribuito in Italia da I Wonder Pictures per conto della potente A24 —, in cui quattro persone intorno a un tavolo, forse un po’ alticce, forse solo annoiate, decidono di giocare a un gioco tanto semplice quanto insidioso: rivelare la cosa peggiore che ciascuno abbia mai fatto. Sembra l’antipasto di una commedia romantica, e in effetti il film parte da lì, da una sceneggiatura che sfiora i toni leggeri della rom-com per poi virare bruscamente, quasi senza preavviso, verso un ritratto spietato e amarissimo dell’incapacità contemporanea di comunicare davvero. La coppia protagonista, Emma e Charlie, interpretata da Zendaya e Robert Pattinson (due star planetarie che qui si incontrano per la prima volta sul grande schermo), è in procinto di sposarsi. Eppure, proprio mentre i preparativi sembrano procedere senza intoppi, un’ora di confidenze forzate rischia di far crollare tutto.
Il gioco, la rivelazione e quel margine di dubbio che diventa abisso
La dinamica narrativa, sulla carta, appare quasi elementare: durante una cena con la damigella d’onore di Emma, Rachel, e il rispettivo fidanzato Mike, i quattro si lasciano trascinare in un passatempo pericoloso. Si tratta di un meccanismo ben noto, una sorta di variante del «confessa il tuo peccato più nascosto», ma Borgli lo trasforma in una trappola esistenziale. Quando arriva il turno di Emma, la sua confessione — della quale il film non rivela subito i dettagli più crudi, mantenendo una sapiente ambiguità — riscrive d’un colpo l’intero patto fiduciario su cui si reggeva la relazione. E Charlie, l’uomo che sta per sposarla, si trova improvvisamente sospeso in un interrogativo che non ha risposte facili: si può ancora credere alla donna che ami, dopo aver appreso qualcosa che nessun marito vorrebbe mai ascoltare? Il regista norvegese, inserendosi a pieno titolo in quella new wave del cinema scandinavo che negli ultimi mesi ha raccolto consensi persino agli Oscar, evita però qualsiasi moralismo. Lui preferisce lasciare che sia lo sguardo di Pattinson — un attore capace di passare dalla vulnerabilità a una gelida distanza in pochi fotogrammi — a raccontare il crollo interiore.
La maestra di ballo, la coreografia nuziale e il contrasto con l’amore autentico
Non c’è solo il gioco della verità, però, a tenere insieme le ossa della vicenda. Nel cast figura anche Celia Rowlson-Hall, attrice e coreografa che qui veste i panni di una maestra di ballo. È lei, la donna, a guidare i futuri sposi in una coreografia complessa, pensata per essere eseguita durante il party nuziale: un esercizio di controllo e precisione assoluta, ogni passo misurato, ogni gesto studiato. Eppure quella disciplina — e qui sta uno dei nodi più sottili del film — entra in rotta di collisione con il desiderio, espresso a mezza voce da Emma e Charlie, di qualcosa di più semplice, spontaneo, autentico. Proprio come il loro amore, ancora in cerca di una forma definitiva. Borgli gioca con questo contrasto, e lo fa senza mai sbilanciarsi in facili psicologismi: la coreografia diventa la metafora di un’esistenza che pretende ordine, mentre il sentimento vero, quello che non si può inscenare, scivola via tra le dita.
Robert Pattinson, le chiamate notturne a Zendaya e una stoccata al passato
Sul set, intanto, il clima sembra essere stato tutt’altro che privo di scintille. Lo stesso Pattinson, durante la promozione del film, ha svelato alcuni retroscena quantomeno imbarazzanti: l’attore inglese, che deve gran parte della sua fama planetaria alla saga di «Twilight», ha raccontato di aver trascorso diverse notti al telefono con Zendaya, presumibilmente per discutere del copione o per limare le infinite sfumature dei loro personaggi. Ma quello che ha fatto più rumore, inevitabilmente, è stata una frecciata a distanza verso la sua ex fidanzata Kristen Stewart, compagna di set proprio nella saga sui vampiri. Pattinson non ha fatto nomi espliciti — e non serve, visto che il pubblico conosce bene la loro storia — ma la stoccata è apparsa chiara a molti. Un dettaglio, quest’ultimo, che ha alimentato l’interesse mediatico attorno a «The Drama», già divisivo di per sé: c’è chi lo ha accolto come un’opera lucida e spiazzante, chi invece l’ha trovato freddo e distante. Quel che è certo è che Borgli, con il suo quarto lungometraggio, non cerca consensi facili.
Riferimenti colti, finali sospesi e il dubbio che non si risolve
L’operazione del regista norvegese si muove su un terreno minato, disseminato di rimandi colti. Diversi critici hanno notato un’eco del francese Louis Malle, in particolare del suo «Damage — Il danno», a sua volta tratto dal romanzo «Il danno» di Josephine Hart. Anche lì, al centro della scena, c’era una rivelazione capace di frantumare l’esistenza di un uomo. Ma Borgli non si limita a citare: lui innesta quei riferimenti in un contesto contemporaneo, fatto di ansie relazionali e di una fatica quasi fisica a dirsi le cose in faccia. Il finale di «The Drama», lo si è capito, rimane sospeso. Non c’è una catarsi, non c’è un perdono che ricompone i cocci. C’è solo quel margine di dubbio che, dopo la confessione imbarazzante di lei, non smette più di vibrare sotto la superficie di ogni sguardo, di ogni silenzio, di ogni abbraccio che poteva essere l’ultimo.




