Le macerie di Gaza e l'affare della ricostruzione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le macerie, che si accuminano per oltre sessantuno milioni di tonnellate secondo le stime delle Nazioni Unite, rappresentano la cifra più cruda di un conflitto la cui eredità materiale, in parte contaminata da sostanze pericolose come l'amianto e i metalli pesanti, appare di una complessità smisurata. Un dato, quello fornito dall’Ufficio per gli Affari Umanitari dell’Onu e risalente a sei mesi fa, che fotografa soltanto parzialmente una realtà in divenire, dal momento che non include i danni provocati dall’ultima, intensissima offensiva su Gaza City. Di quelle 436.000 abitazioni distrutte o gravemente danneggiate, che costituiscono circa il novantadue percento del totale, non rimane che un paesaggio di calcinacci, la cui massa è stata calcolata essere cinquanta volte superiore a quella prodotta dal crollo delle Torri Gemelle.

Un cantiere da miliardi di dollari

Sullo sfondo di questa desolazione, si delinea un altro scenario, fatto di calcoli economici e di interessi internazionali. La ricostruzione della Striscia, che procede di pari passo con i fragili accordi di pace tra Israele e Hamas, si configura infatti come il più grande cantiere mediorientale, un’impresa colossale che richiederà miliardi di dollari. La valutazione congiunta di Onu, Unione Europea e Banca Mondiale, nota come Irdna, aveva già stimato a febbraio un investimento necessario di 53,2 miliardi di dollari da distribuire in un arco di dieci anni, di cui una parte consistente, venti miliardi, sarebbe da impegnare nei primi tre. Nessuno, ufficialmente, la definisce una “miniera d’oro immobiliare”, ma è innegabile che l’operazione attiri l’attenzione di molti.

Le voci dalla Cisgiordania

Mentre si discute di appalti e di finanziamenti, le testimonianze che giungono dai territori palestinesi dipingono un quadro di persistente tensione. Basel Adra, giornalista e regista, esprime con parole chiare una preoccupazione profonda, temendo che la brutalità, di cui racconta nelle sue inchieste, non accenni a diminuire nonostante i cambiamenti di scenario. La sua è una richiesta di non essere abbandonati a un destino di violenza, che pare continuare indisturbato, complici anche le autorità.

La ricerca di un immaginario politico

Parallelamente, si sviluppa una riflessione di natura politica che cerca di andare oltre la mera gestione dell’emergenza. Si osserva come, in certi ambiti, sia venuta a mancare la capacità di costruire un immaginario convincente, di toccare il cuore delle persone proponendo una visione di futuro che sia più ampia delle singole, pur legittime, rivendicazioni. È la mancanza di un orizzonte di senso capace di mobilitare le coscienze, un vuoto che alcuni cercano di colare associando i valori occidentali alla causa palestinese.

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