Il nodo del referendum torna a dividere la maggioranza sul nucleare, tra annunci e accelerazioni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’inevitabilità di un nuovo referendum sul nucleare, paventata dal ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ciriani durante un intervento al Festival dell’Economia di Trento, ha rimesso in moto un dibattito che l’esecutivo sperava di gestire con maggiore gradualità, forse proprio per evitare uno scontro diretto con il corpo elettorale.

La dichiarazione di Ciriani – il quale ha sostenuto che «inevitabilmente si farà un referendum» sul programma atomico, aggiungendo che il governo intende comunque prendersi la responsabilità di indicare al Paese «le strade da percorrere» – ha avuto l’effetto di un detonatore, anche se lo stesso ministro non appartiene alla prima linea del governo.

La sua presa di posizione, tuttavia, ha il merito di fotografare una realtà politica con cui la maggioranza deve fare i conti: l’opposizione, ma anche pezzi dello stesso schieramento parlamentare, sanno bene che i precedenti del 1987 e del 2011 pesano come macigni.

In entrambe quelle tornate, le consultazioni popolari – nate a seguito rispettivamente dei disastri di Chernobyl e Fukushima – bocciarono sonoramente l’opzione nucleare, con percentuali di “no” che andarono dall’80 al 94 per cento.

La legge delega entro l’estate e la sfida della flessibilità negata dalla Bce

Proprio mentre il mondo politico discuteva le implicazioni dello scenario referendario, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha scandito i tempi tecnici della strategia governativa: la discussione in aula alla Camera sulla legge delega per il nucleare di nuova generazione inizierà a breve, con l’obiettivo dichiarato di approvarla definitivamente «entro la pausa estiva». Subito dopo, ha promesso il ministro, si procederà all’emanazione dei decreti attuativi entro la fine dell’anno.

Un cronoprogramma serrato che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe gettare le basi giuridiche per il ritorno all’atomo, anche se la produzione effettiva di energia – come lo stesso Pichetto Fratin ha riconosciuto – non potrà iniziare prima dell’inizio del prossimo decennio, quando il fabbisogno nazionale sarà aumentato di circa cento miliardi di chilowattora.

A complicare ulteriormente il quadro, non solo quello politico ma anche quello finanziario, si è aggiunta la presa di posizione della Banca Centrale Europea: Christine Lagarde ha infatti escluso qualsiasi deroga al Patto di Stabilità per finanziare la manovra energetica, gelando le speranze di flessibilità su cui il governo di Giorgia Meloni aveva contato per coprire i costi della transizione.

Il peso dei precedenti referendari e la nascente filiera industriale di Nuclitalia

Va ricordato, per comprendere la delicatezza della sfida, che i referendum del 1987 e del 2011 non abrogarono semplicemente delle leggi: strapparono via l’ossatura normativa che avrebbe potuto consentire la progettazione di centrali sul territorio nazionale. Nel 1987, a vincere furono tre quesiti che riguardavano in realtà aspetti procedurali – come la localizzazione degli impianti e la partecipazione di Enel in società estere – ma che di fatto bloccarono ogni iniziativa.

Nel 2011, invece, il referendum colpì direttamente la moratoria di dodici mesi sul programma nucleare, che era stata introdotta con il cosiddetto “Decreto Omnibus” dopo l’incidente di Fukushima. Con il 94 per cento dei voti favorevoli all’abrogazione, quel colpo fu letale per i progetti allora in cantiere.

Oggi, a quasi un decennio di distanza, il governo prova a ricostruire dal basso: la nascita di Nuclitalia, la newco partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, rappresenta il primo mattone industriale del piano, con un focus iniziale sui piccoli reattori modulari (Smr) e l’obiettivo dichiarato di studiare le tecnologie più innovative del settore.

Tuttavia, come osservano diversi commentatori, la costituzione della società – per quanto significativa – non risolve il nodo politico: in un Paese che ha già bocciato due volte l’atomo, il solo annuncio di un nuovo voto popolare rischia di bloccare ogni investimento prima ancora che parta, alimentando quel cortocircuito tra volontà industriale e timore delle urne che da decenni caratterizza la politica energetica italiana.

Le reazioni nell’arco parlamentare e lo spettro della consultazione popolare

Non a caso, le reazioni nell’arco parlamentare sono state immediate e divergenti. Da un lato, il leader di Azione Carlo Calenda, da sempre fautore del ritorno al nucleare, ha detto di auspicare che la legge delega venga approvata al più presto, avvertendo però che «istantaneamente» scatterà la raccolta di firme per chiedere il referendum: in quel caso, se la consultazione bocciasse nuovamente l’atomo, «non ci sarà possibilità di andare avanti».

Dall’altro lato, il co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli ha bollato l’intera operazione come «una truffa», sostenendo che i costi del nucleare – circa 170 euro a megawattora – sono molto più alti di quelli delle rinnovabili e che i tempi di realizzazione, come dimostra il cantiere francese di Flamanville (partito nel 2007 e concluso solo nel 2025), sono incompatibili con l’urgenza della crisi energetica.

Nel mezzo, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini e il numero uno di Enel Paolo Scaroni hanno invece spinto per un’accelerazione, definendo il nucleare una priorità per la competitività del sistema Paese.

La strada tracciata dal governo è dunque in salita: tra chi chiede di andare dritti senza fermarsi alle urne e chi invece invoca un ritorno immediato alla sovranità popolare, la finestra temporale per approvare la legge delega è strettissima, e l’ombra di un nuovo voto – per quanto evocata con realismo – rischia di indebolire la determinazione di una maggioranza già provata da divisioni interne sul tema.

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