Il governo dopo il referendum: accelerazioni sullo “Stabilicum” e il rimpasto annunciato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il giorno dopo il voto che ha affossato la riforma della giustizia – con un distacco di quasi due milioni di preferenze a favore del “No” e un’affluenza, va detto, inattesa attestatasi al 58,93% – ha portato con sé un’evidenza politica difficile da ignorare: la geografia del consenso, che ha visto Lombardia e Veneto come uniche regioni a sposare la tesi del governo, mentre in tutte le altre, incluse quelle a guida centrodestra come la Sicilia e il Lazio, prevaleva nettamente il fronte dei contrari. A Palazzo Chigi, dove si stavano ancora analizzando le proporzioni di una sconfitta pure messa in conto ma non con questi numeri, la presidente del Consiglio ha impresso una svolta netta sul piano dell’immagine governativa. Non si è trattato di una crisi di governo, ma di una torsione improvvisa: le dimissioni – chieste, e in alcuni casi accolte – hanno riguardato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro, la capo di gabinetto Giusy Bartolozzi, mentre per il ministro del Turismo Daniela Santanchè l’invito a fare un passo indietro è rimasto per ora senza esito, creando un braccio di ferro interno che coinvolge direttamente la tenuta dell’esecutivo nell’anno che separa dalle politiche.

L’accelerazione parlamentare sullo “Stabilicum”

Proprio mentre si consumava questa transizione interna, la macchina della maggioranza ha scelto di non concedere tregua sul piano legislativo. A Montecitorio, infatti, l’iter per la nuova legge elettorale, già ribattezzata “Stabilicum” dalla stampa, viene incardinato in commissione Affari costituzionali con l’avvio della discussione fissato per martedì 31 marzo. La proposta, depositata dai gruppi di centrodestra, prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza – 70 seggi alla Camera e 35 al Senato – riservato alla coalizione che superi il 40% dei consensi; una soglia, questa, pensata per garantire la governabilità e per superare l’incertezza che ha caratterizzato le passate legislature. È un tentativo, spiegano i promotori, di restituire certezza al voto, abbandonando il meccanismo dei collegi uninominali per concentrarsi su liste bloccate nei collegi plurinominali, con il nome del candidato premier indicato in programma ma non direttamente sulla scheda.

Il rinvio in vista per Roma Capitale

C’era un dossier, quello su Roma Capitale, che avrebbe dovuto rappresentare il primo banco di prova bipartisan dopo il voto referendario. In un clima ancora incandescente tra maggioranza e opposizione, con le accuse che continuano a incrociarsi sulle ragioni della débâcle, il provvedimento rischia di finire travolto dall’onda del “No”. Le indiscrezioni parlano di uno slittamento probabile di almeno un paio di mesi, non tanto per ragioni tecniche quanto per la necessità di trovare un clima politico meno avvelenato in cui affrontare una riforma che tocca da vicino gli equilibri della capitale. I promotori della riforma, infatti, avevano cercato di costruire un consenso ampio, ma il fallimento referendario ha riacceso le ostilità in aula, rendendo impraticabile, per ora, quel dialogo che pure si tentava di avviare. La sensazione, nei palazzi romani, è che il tema della giustizia abbia ormai contaminato ogni altro fronte di riforma, bloccando quella transizione istituzionale che si sperava di avviare.

Le ombre giudiziarie e il riassetto di palazzo

La scelta di Giorgia Meloni di agire chirurgicamente su alcuni vertici del governo va letta in questa cornice di rinnovata aggressività politica. Se Del Mastro, pur non ritenendolo dovuto, aveva messo a disposizione la delega – complice una vicenda di rapporti con ambienti controversi divenuta incompatibile con la carica di sottosegretario – e se Giusy Bartolozzi ha lasciato dopo alcune uscite infelici e procedimenti pendenti, la posizione di Daniela Santanchè rimane la più esposta. Per la ministra del Turismo, infatti, si tratta di resistere a una pressione che arriva direttamente dal vertice dell’esecutivo, in un contesto in cui la premier ha chiesto espressamente un gesto di “responsabilità” per evitare che il governo continui a essere bersaglio di strumentalizzazioni giudiziarie. La partita, insomma, si gioca su un duplice binario: da un lato, l’urgenza di presentare al Paese un governo “ripulito” da quelle ombre che hanno alimentato la campagna per il “No”; dall’altro, la volontà di dimostrare che, nonostante la sconfitta referendaria, la maggioranza ha ancora la forza di portare avanti la propria agenda legislativa, a partire dalla riforma elettorale che potrebbe cambiare le regole del gioco in vista delle prossime elezioni politiche.

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