La resa dei conti dopo il referendum: Meloni cambia passo tra dimissioni e lezioni imparate
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
C’è voluta la batosta al referendum per spingere Giorgia Meloni a fare quello che, a sentire il giudizio di molti osservatori, avrebbe dovuto compiere ben prima di conoscere l’esito della consultazione popolare che ha bocciato la riforma Nordio, innescando un vero e proprio terremoto nella compagine governativa. Daniela Santanchè, l’ultima in ordine di tempo a sloggiare – dopo ventiquattrore di braccio di ferro con la premier – dal ministero del Turismo, avrebbe dovuto essere accompagnata alla porta anni fa, per i guai giudiziari legati alla gestione delle sue vecchie aziende per le quali è indagata, tra l’altro, anche per truffa ai danni dello Stato per la Cassa Covid. Davanti alla prima vera crisi di consenso, Meloni è tornata ai fondamentali della sua storia politica, applicando due lezioni chiave imparate nella storica sezione della destra di Colle Oppio a Roma: fedeltà e intransigenza. L’intransigenza, in particolare, è quella ritrovata rispetto alle vicende giudiziarie. «Ora non passerà più niente», spiega chi ha potuto confrontarsi con la sua cerchia ristretta, e a questo è servita la sterilizzazione, violenta e pubblica, delle figure più controverse: via Giusi Bartolozzi, via Andrea Delmastro, via Daniela Santanchè.
Il buio sotto la siepe e la strategia della tensione
Lunedì sera la premier deve essersi addormentata sotto la siepe che ha fatto da sfondo al video della sconfitta, facendo perdere le sue tracce. Ieri all’ora di pranzo il suo staff ha diramato un comunicato che suonava come un sospiro di sollievo: «La presidente del consiglio Giorgia Meloni è a palazzo Chigi». Sotto la siepe, svegliata dal cinguettio dei pappagallini che accompagnava la sua breve e ancora confusa riflessione social sul referendum, Meloni deve aver a lungo meditato sui suoi errori e deciso di cambiare tutto. Il giornalista Tommaso Cerno ha spiegato, nella sua striscia “2 di picche” su Rai 2, quale sia secondo lui la nuova strategia della premier all’indomani della vittoria del No, “la prima grande sconfitta di questa maggioranza”. Cerno ha evidenziato il senso di responsabilità della premier che, pur non essendo stata la promotrice della riforma, è finita col metterci la faccia in prima persona, pagando così lo scotto di una campagna referendaria che si è trasformata in un braccio di ferro tra esecutivo e magistratura. Le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capo di gabinetto Bartolozzi, arrivate in rapida successione, rappresentano dunque un tentativo di arginare l’emorragia di consensi e di separare nettamente il destino del governo da quello dei suoi esponenti più esposti sul piano giudiziario.
La trasparenza e il caso Delmastro: una leggerezza che pesa
Andrea Delmastro, finito nel mirino per essersi messo in società con la figlia diciottenne di un ristoratore condannato per reati di mafia, ha lasciato l’incarico di sottosegretario alla Giustizia ammettendo di aver “commesso una leggerezza”, una definizione che ha scatenato le critiche delle opposizioni. La sua vicenda societaria, ricostruita in un’interrogazione del Partito Democratico, ha messo in luce un intreccio di cessioni di quote e operazioni al limite della trasparenza, compresa una compravendita effettuata in contanti per un importo che sfiora il tetto massimo consentito dalla legge, quella stessa soglia innalzata dal governo Meloni. La capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, invece, era da tempo bersaglio di polemiche per le sue dichiarazioni sui magistrati, definite “un plotone di esecuzione”, e per essere indagata nel caso Almasri. Le sue parole, durante la campagna referendaria, erano state sconfessate dallo stesso ministro Carlo Nordio, che oggi si trova a dover gestire un dicastero decapitato dei suoi due più stretti collaboratori. Il ministro, pur assumendosi la “responsabilità della sconfitta”, ha inizialmente difeso la sua collaboratrice, salvo poi dover prendere atto della decisione di palazzo Chigi.
La dottrina Cerno e il ritorno all’intransigenza
Se Delmastro e Bartolozzi hanno dovuto lasciare per questioni di opportunità politica e vicende giudiziarie, il caso di Daniela Santanchè rappresenta il capitolo più lungo e controverso di questa resa dei conti. La titolare del Turismo, già rinviata a giudizio per falso in bilancio e indagata per truffa allo Stato, è stata spinta al passo indietro con una nota secca di palazzo Chigi, in cui Meloni “auspicava” che seguisse la stessa linea dei colleghi. Un modo per chiudere definitivamente con un’era in cui le vicende giudiziarie dei membri del governo venivano gestite caso per caso, senza una linea comune. Secondo l’analisi di Cerno, questa sterzata autoritaria serve a ricompattare la maggioranza su un terreno di totale fedeltà alla premier, applicando quella dottrina dell’intransigenza che da sempre contraddistingue la sua area politica. “Nessuna ombra” deve più offuscare l’azione di governo, e chi non rispetta questo canone viene espulso, a prescindere dalla sua fedeltà personale o dal peso specifico all’interno del partito.
Un governo sotto scossa tra rimpasti e nuove gerarchie
Il terremoto scatenato dal voto non si è limitato ai nomi eccellenti. L’intera architettura del ministero della Giustizia, cuore pulsante della riforma bocciata dagli italiani, è stata scossa dalle fondamenta. La partita che si apre ora per Meloni è complessa: da un lato, deve trovare un nuovo equilibrio all’interno di un governo che ha perso pezzi pesanti come Delmastro, figura simbolo della linea dura; dall’altro, deve gestire il malcontento di quelle parti della maggioranza che vedono in queste dimissioni una resa incondizionata alla magistratura. Il ministro Nordio, dopo aver annunciato la possibilità di un ritiro a vita privata al termine del mandato, resta al suo posto ma con un’autorità ridimensionata, mentre le opposizioni chiedono a gran voce un’informativa parlamentare per chiarire le dinamiche societarie del suo ex sottosegretario. L’unica certezza, per ora, è che la sconfitta referendaria ha impresso una svolta netta al governo, costringendo la premier a usare la scure non più per scelte strategiche, ma per necessità impellenti.




