L'incognita New Start e il ritorno dei test nucleari

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In un panorama geopolitico sempre più instabile, la proposta di estensione del trattato New START, avanzata da Mosca e inizialmente accolta con favore dal presidente Trump, sembra ormai un capitolo remoto. Quell'accordo, che rappresenta l'ultimo baluardo nel controllo degli armamenti strategici tra le due potenze, vede avvicinarsi la sua scadenza senza che, al momento, si intraveda un percorso chiaro per il suo rinnovo o per la sua sostituzione. La data del 4 febbraio, di conseguenza, si profila non come un semplice termine contrattuale ma come una potenziale cesura storica, un giorno in cui il mondo potrebbe ritrovarsi senza il principale strumento di verifica e limitazione degli arsenali nucleari, lasciando le due nazioni in una condizione di reciproca osservazione, priva di quei parametri condivisi che, seppur fragilmente, hanno garantito un equilibrio.

Dalle Marshall a una nuova corsa agli armamenti

Il fantasma di una rinnovata competizione atomica, del resto, non si limita ai negoziati diplomatici. C'è un precedente storico, lontano nel tempo ma inquietantemente attuale nei suoi metodi, che getta un'ombra sulle recenti dichiarazioni. Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti diedero il via alla cosiddetta "Operazione Crossroads", scegliendo l'atollo di Bikini, un piccolo paradiso nell'oceano Pacifico, come poligono per i test delle prime bombe termonucleari. I suoi abitanti, che da generazioni vivevano di pesca in quell'angolo remoto delle Marshall, furono trasferiti forzatamente a centinaia di chilometri di distanza, un preludio silenzioso e drammatico alle esplosioni che avrebbero seguito, con ordigni battezzati con nomi quasi rassicuranti come Able e Baker. Quel che accadde allora, con la sua logica spietata, sembra oggi riecheggiare in una nuova, pericolosa fase.

Le dichiarazioni a reti unificate

La tensione si è materializzata attraverso una serie di annunci pubblici che hanno riportato il discorso nucleare al centro della scena. Da un lato, il ministro degli Esteri russo Lavrov, in un'intervista alla televisione di Stato, ha affermato la disponibilità di Mosca a discutere con Washington delle accuse, sollevate dallo stesso Trump, riguardanti presunti test nucleari sotterranei segreti condotti dalla Russia. "Siamo anche pronti a discutere con i nostri colleghi americani la ripresa dei preparativi per il vertice dei leader di Russia e Stati Uniti, da loro inizialmente proposto", ha aggiunto, indicando in Budapest una "sede privilegiata" per tali incontri. Dall'altro lato dell'oceano, però, la risposta è stata di segno opposto, concretizzandosi in una mossa che ha di fatto riaperto una competizione che si credeva archiviata.

L'ordine di Putin e la fine della tregua

La reazione del Cremlino non si è fatta attendere e ha assunto toni che molti osservatori hanno paragonato a quelli della Guerra Fredda. Vladimir Putin ha infatti ordinato ai suoi alti funzionari di elaborare proposte concrete per un possibile test nucleare russo, una decisione che non aveva precedenti dal 1991. In quell'anno, il crollo dell'Unione Sovietica aveva sancito la fine dei test sotterranei e inaugurato un periodo di fragile tregua atomica. La mossa di Mosca, come è stato chiarito, costituisce una risposta diretta all'annuncio del presidente Trump dello scorso 30 ottobre, con il quale gli Stati Uniti hanno manifestato l'intenzione di riprendere i test nucleari sul proprio territorio, creando così le condizioni per una nuova, pericolosa corsa agli armamenti i cui esiti sono, al momento, del tutto imprevedibili.

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