“I am Jane Doe”: la mobilitazione online per proteggere l’identità della studentessa della Cornell

“I am Jane Doe”: la mobilitazione online per proteggere l’identità della studentessa della Cornell
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quando qualcuno ha iniziato a cercare l’identità della studentessa della Cornell University che, con lo pseudonimo di Jane Doe, ha denunciato di essere stata drogata e violentata da più uomini durante una festa della confraternita Chi Phi, la reazione online è arrivata puntuale. Nelle scorse settimane migliaia di utenti hanno iniziato a pubblicare sui social la stessa frase: “I am Jane Doe”.

L’obiettivo dichiarato è duplice: mostrare solidarietà alla presunta vittima e, allo stesso tempo, inondare le piattaforme di false piste per rendere inutili le ricerche di chi tenta di risalire al suo vero nome.

Un caso tornato sotto i riflettori

La vicenda giudiziaria è riesplosa lo scorso settembre, quando la donna ha depositato una causa civile di 101 pagine contro sette membri della confraternita Chi Phi, l’università e altri soggetti. I fatti risalgono alla notte del 19 ottobre 2024, quando l’allora ventenne studentessa si trovava in una delle case della confraternita nel campus di Ithaca, nello Stato di New York. Secondo la ricostruzione contenuta nel documento, la giovane era già in stato di forte ebbrezza quando sarebbe stata spinta a inalare ketamina e a bere ulteriormente, prima di essere aggredita da più uomini.

Un messaggio inviato alle 1:42 su un gruppo Snapchat della confraternita, intitolato “Chi Phi Actives”, avvisava gli altri membri della presenza di una ragazza al piano di sopra.

La riapertura delle indagini e le polemiche

Dopo la denuncia presentata alla polizia del campus nel novembre 2024, il caso era stato archiviato senza che venissero formulate accuse penali. Il procuratore distrettuale della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, aveva motivato la decisione sostenendo che la deposizione iniziale della giovane non conteneva elementi sufficienti a configurare un reato. La nuova azione legale ha però convinto la procura a riaprire l’inchiesta per sottoporre il caso a un grand jury.

Van Houten ha spiegato di aver ricevuto dalla comunità locale pressioni per rivedere la decisione presa due anni prima. Nel frattempo, la governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul ha affidato l’indagine alla procuratrice generale Letitia James, dichiarando di aver perso fiducia nella capacità del procuratore locale di gestire il caso.

La risposta dell’università

Il presidente della Cornell, Michael Kotlikoff, ha diffuso un videomessaggio in cui annuncia l’avvio di una revisione indipendente affidata a uno studio legale esterno su come l’ateneo ha gestito la vicenda nel 2024. Nel suo intervento, Kotlikoff ha definito le accuse “profondamente inquietanti” e ha ammesso che l’università non ha tutte le risposte, impegnandosi a far luce sugli aspetti rimasti poco chiari.

L’ateneo ha inoltre respinto le affermazioni contenute nella causa secondo cui gli accusati avrebbero ricevuto sanzioni lievi, precisando che alcuni studenti sono stati espulsi e altri sospesi, e che il capitolo locale della confraternita Chi Phi è stato chiuso.

La pratica del depistaggio digitale

La campagna “I am Jane Doe” si inserisce in una dinamica sempre più frequente nei casi di cronaca ad alta visibilità: la folla digitale che si organizza per contrastare i tentativi di doxxing. Su TikTok, Instagram e Reddit, donne di ogni età hanno iniziato a pubblicare video in cui pronunciano la stessa frase, spesso accompagnandola con la testimonianza della propria esperienza di violenza sessuale.

Alcune partecipanti hanno spiegato di voler creare una sorta di “scudo” digitale: se migliaia di persone affermano di essere Jane Doe, diventa praticamente impossibile per chiunque risalire all’identità reale della querelante attraverso una semplice ricerca. La mobilitazione è partita dopo che un commentatore politico aveva pubblicamente offerto di pubblicare nome e informazioni identificative della donna, sostenendo che il suo anonimato fosse ingiusto mentre gli accusati erano stati resi noti.

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