Gli investimenti nel 2026 tra scenari non lineari e il dilemma della bolla tech
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Redazione Economia
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L’ambiente di mercato, che Jason Granet – Chief Investment Officer di BNY – non esita a definire “non lineare” per il 2025, sembra destinato a mantenere questa sua peculiare caratteristica anche nel corso del prossimo anno, ponendo agli investitori interrogativi complessi, il cui ventaglio spazia dal futuro delle banche centrali all’identificazione dei vincitori di lungo periodo nella corsa all’intelligenza artificiale. Una condizione di persistente imprevedibilità, quella tratteggiata dall’esperto, che spinge a riconsiderare le tradizionali categorie di analisi e a muoversi con un pragmatismo scevro da schemi rigidi, in un mondo finanziario dove le certezze di un tempo appaiono ormai dissolte. Lo scenario, d’altronde, si è profondamente modificato rispetto a dodici mesi fa, quando l’inflazione galoppante, l’incognita dei dazi commerciali e le tensioni geopolitiche inducevano i gestori a una cautela quasi paralizzante, privilegiando portafogli difensivi e l’ancora sicura delle obbligazioni.
La diversificazione come antidoto alla possibile bolla
Oggi, sebbene molti di quei rischi permangano sullo sfondo, la percezione è mutata, pur senza condurre a un ottimismo indiscriminato: il timore principale, segnalato da una larga maggioranza di operatori pari al 66%, ruota infatti attorno all’eventuale scoppio di una bolla speculativa sui titoli legati alla tecnologia e all’intelligenza artificiale, un settore che ha trainato le borse ma che solleva perplessità sulla solidità delle valutazioni. In un contesto del genere, caratterizzato da forti movimenti settoriali e da performance differenziate, la strategia che emerge con chiarezza dagli analisti è quella di una scrupolosa diversificazione, l’unico vero baluardo contro sorprese e correzioni troppo brusche. L’oro, le valute e i bond tornano dunque nel mirino dei consulenti, non come semplici rifugi ma come componenti essenziali di un asset allocation bilanciato, capace di navigare anche le acque più agitate.
Il potenziale delle strategie value in un mondo di rialzi
I principali listini internazionali, incluso il Ftse Mib che ha guadagnato circa il 30% nel 2025, si apprestano a chiudere l’anno con robusti rialzi, una dinamica che inevitabilmente spinge a chiedersi come comportarsi nel 2026. Sebastien Mallet, portfolio manager di T. Rowe Price, sostiene che le condizioni rimangano favorevoli per le strategie d’investimento di tipo value, poiché l’inflazione e i tassi d’interesse sono tornati su livelli considerati normali nel lungo termine, creando un terreno potenzialmente fertile per quei titoli che il mercato ha ingiustamente trascurato. Una visione che si inserisce nel dibattito più ampio sulla sostenibilità degli attuali multipli di borsa e sulla ricerca di opportunità al di fuori dei pochi nomi iper-premiati, in settori che potrebbero beneficiare di un ciclo economico più stabile di quanto molti prevedano.
Rendimenti moderati e la centralità della gestione attiva
Bob Homan, Chief Investment Officer di ING, pur osservando come il 2025 si sia confermato un altro anno solido per i mercati azionari globali, nutre aspettative di rendimenti moderati per il 2026, in uno scenario in cui una crescita economica globale stabile potrebbe continuare a sostenere gli utili delle imprese, ma al tempo stesso esercitare pressioni al ribasso sulle valutazioni. Il divario tra i rendimenti attesi di azioni e obbligazioni, secondo la sua analisi, si assottiglierà, mentre si accentueranno le differenze di performance tra aree geografiche, settori industriali e singole società: una dispersione che, di fatto, rende la gestione attiva del portafoglio uno strumento ancor più cruciale rispetto al passato. In tale quadro, la capacità di selezione e il timing divengono abilità decisive, lasciando in secondo piano gli approcci passivi e indicizzanti, meno adatti a cogliere le discontinuità e le specificità di un mercato frammentato.




