Caso Fakir, nuovo video dopo il fermo: sangue sotto la testa e scontro tra i legali

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A distanza di una settimana dalla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto domenica 19 luglio durante un fermo di polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, emergono nuovi elementi destinati a tenere alta l'attenzione sul caso. Un video inedito, che riprende gli istanti successivi al decesso dell'uomo, mostra il corpo di Fakir disteso a terra con una vistosa chiazza di sangue sotto la testa e tracce ematiche sul volto, mentre le caviglie risultano ancora immobilizzate.

La diffusione di queste immagini ha immediatamente innescato un duro scontro tra i legali delle parti, con l'avvocato della famiglia che rinnova le accuse e contesta le prime ipotesi emerse dall'autopsia.

Il nuovo video e la reazione dell'avvocato Anselmo

Le immagini, acquisite agli atti del fascicolo della Procura di Bologna, mostrano il momento in cui un'agente della polizia scientifica solleva il lenzuolo che ricopre il corpo di Fakir. Oltre alle caviglie legate e alla bocca aperta, spicca una lunga pozza di sangue che si estende da sotto il capo fino al volto. Per Fabio Anselmo, legale che rappresenta la sorella Katia Fakir e la famiglia, il filmato costituisce la prova di quanto già sostenuto in merito ai primi esiti autoptici. “E come ci è finito tutto quel sangue nei polmoni? L'ha inalato perché l'hanno battuto. Non è sangue esterno.

Cosa c'entra la cocaina?”, ha affermato Anselmo, contestando le indiscrezioni secondo cui la presenza di sangue nei polmoni potrebbe essere correlata all'assunzione di sostanze stupefacenti. Il legale ha ribadito la propria sfiducia nei confronti dei primi test tossicologici, definendoli inattendibili e sottolineando come per analisi serie “ci vogliano giorni e giorni”.

L'autopsia e le ipotesi contrapposte

Le dichiarazioni del legale della famiglia fanno riferimento all'autopsia eseguita all'ospedale Sant'Orsola di Bologna, che ha evidenziato una compromissione delle vie respiratorie e una significativa presenza di sangue vivo nei polmoni, elementi che farebbero propendere per un quadro asfittico da compressione.

I periti incaricati dalla Procura avranno novanta giorni per chiarire se l'emorragia che ha invaso i polmoni sia stata la causa diretta del decesso per soffocamento oppure una concausa, e per stabilire se lo “schiacciamento” sia avvenuto quando l'uomo era ancora in vita o in seguito alle manovre rianimatorie. La posizione difensiva dei due agenti coinvolti, affidata all'avvocato Gabriele Bordoni, si basa invece sull'assenza di fratture ossee emerse dalla tac pre-autopsia.

“Per quanto mi è stato riferito, l'accurata analisi condotta in sede autoptica non ha fatto emergere alcunché riferibile ad un'azione eccessiva, violenta, da parte dei due agenti”, ha dichiarato Bordoni.

L'appello della sorella e la tensione per il corteo

Mentre prosegue l'inchiesta per omicidio colposo, che vede iscritti nel registro degli indagati anche i quattro volontari della Croce Rossa presenti sul posto, la tensione nella città di Bologna rimane alta. In occasione della veglia di preghiera e della cena comunitaria organizzate al Pilastro, la sorella Katia Fakir ha lanciato un appello alla calma, prendendo le distanze dalla spirale di violenza che aveva caratterizzato la manifestazione di lunedì scorso. “Ci sono dei momenti in cui il dolore ti acceca. La disperazione mi ha fatto urlare una parola terribile, ho detto che volevo vendetta.

Ma quella parola non appartiene al mio cuore. Noi vogliamo solo giustizia nei tribunali”, ha dichiarato. L'appello giunge mentre le forze dell'ordine si preparano a un nuovo corteo in memoria di Fakir, previsto per domani al Pilastro. La questura ha predisposto un dispositivo di “massima attenzione” con l'impiego di Digos e reparti mobili, anche se al momento non si registrerebbero segnali di particolari criticità imminenti.

La manifestazione si svolgerà all'indomani delle minacce di morte ricevute dal sindaco Matteo Lepore, che ha sporto denuncia in Questura dopo aver ricevuto messaggi d'odio sui social.

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