Artemis II, il successo che riporta l’uomo sulla Luna (e l’Italia c’è)

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Erano giorni, quelli appena trascorsi, in cui il cielo notturno sembrava quasi un pretesto. Ogni sguardo, ogni telescopio puntato in alto seguiva il volo silenzioso della capsula Orion, eppure, in un angolo preciso di Torino, la meraviglia si mescolava a una strana, inconfessata familiarità. Andrea Accomazzo, che di mestiere fa guidare sonde nell’immensità nera, lo ha ammesso con un tono che tradiva l’emozione del tecnico: vedere i propri satelliti girare attorno alla Luna – quei gusci di metallo e circuiti nati tra banchi di lavoro e simulazioni – restituisce la stessa vertigine di un déjà-vu. Nei laboratori Argotec, già durante la missione precedente, quella Artemis I, avevano assistito al “decollo” immobile di ArgoMoon; un piccolo satellite, quest’ultimo, capace di spiare il lato nascosto del nostro satellite con un privilegio che nemmeno gli astronauti, a bordo della Orion, potevano permettersi.

La Nasa, però, non si è concessa il lusso di una pausa. Dopo l’ammaraggio perfetto della capsula – avvenuto nelle acque tiepide del Pacifico alle 2:07 di sabato 11 aprile (ora italiana) – e dopo che i quattro membri dell’equipaggio hanno posato i piedi su una nave da recupero, l’attenzione si è già spostata più avanti. Artemis III, la missione che dovrebbe riportare fisicamente degli umani a camminare sulla polvere lunare, è stata calendarizzata per l’inizio del 2028. Un salto temporale non indifferente, se si considera che i tecnici dovranno prima completare una serie di test in orbita terrestre; prove obbligatorie, queste, per validare scudi termici, sistemi di navigazione e le procedure di aggancio. Il vero rompicapo, il punto di domanda che aleggia nei corridoi del Johnson Space Center, riguarda però i lander: quelli di SpaceX e quelli di Blue Origin. Saranno pronti all’appuntamento? Nessuno, al momento, osa giurare né l’uno né l’altro estremo.

Il modulo italiano che ha tenuto in vita gli astronauti

Non si parlerebbe, del resto, di un successo così completo, se non si menzionasse il contributo europeo, e prima ancora italiano. L’Esa, l’Agenzia spaziale europea, ha messo sul piatto la sua competenza nei voli profondi, ma è stata l’Asi – l’ente italiano per lo spazio e l’astronautica – a firmare il pezzo più strategico dell’intera Orion: il modulo di servizio. Senza di esso, va detto senza retorica, la navicella sarebbe rimasta un guscio inerte; perché è lì, in quel cilindro di cavi e serbatoi, che si nascondono i motori per le manovre, l’elettricità per i computer di bordo e, particolare non secondario, i supporti vitali per gli astronauti. L’ossigeno, l’acqua, la regolazione termica: tutto passa da quel modulo costruito con il contributo decisivo dell’industria italiana.

Verso una base nucleare, il prossimo passo della Nasa

Ora che Artemis II ha dimostrato che l’uomo può spingersi più lontano di quanto mai fatto prima (nessun altro essere umano, nella storia, aveva viaggiato a quelle distanze dalla Terra), l’agenzia americana ha già in cantiere un’idea che suona ancora più ambiziosa. Nei piani, che iniziano a prendere forma nei documenti interni e nei contratti già assegnati, c’è la costruzione di una base lunare alimentata a propulsione nucleare. Non si tratta, badiamo bene, di un avamposto improvvisato con pannelli solari e batterie; si parla di reattori compatti in grado di fornire energia continua durante le interminabili notti lunari (che durano quattordici giorni terrestri). Questa infrastruttura, se realizzata, trasformerebbe la Luna da semplice obiettivo di bandiera a un avamposto permanentemente abitato. E l’Italia, forte del ruolo giocato in Artemis II, potrebbe ritagliarsi un posto anche in quel futuro.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.