Milano, il referendum spacca il centrodestra: il No resiste in città, il Sì avanza nelle valli
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Redazione Interno
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Il dato numerico, per quanto cristallino nella sua evidenza statistica, restituisce una fotografia politica che in Lombardia assume i contorni di un vero e proprio spartiacque territoriale. Da un lato, Milano città – il fortino del No con il 58,3 per cento – ha confermato quella “radicata forza progressista” di cui parla il sindaco Giuseppe Sala; dall’altro, la regione nel suo insieme ha visto prevalere il Sì con il 53,58 per cento, una percentuale che nelle province più identitarie, come Bergamo e Brescia, si è spinta fino a superare abbondantemente la soglia del 60 per cento. È proprio questa dicotomia, che ricalca la storica linea di frattura tra il capoluogo e il territorio circostante, a costituire il primo, autentico termometro politico in vista della tornata elettorale del 2027.
A Palazzo Marino, il giorno dopo la chiusura delle urne, Giuseppe Sala ha rivendicato il risultato milanese con toni che hanno voluto spazzare via definitivamente certi stereotipi. “Basta con questa storia del partito della Ztl”, ha dichiarato ai microfoni di Rtl 102.5, sottolineando come il No abbia “stravinto nelle periferie” e abbia invece registrato un margine minore nel centro. Un’analisi, quella del primo cittadino, che mira a ribaltare l’immagine di una Milano elitario e distante, per restituirle quella di una città pragmatica e “non populista”. Sala ha definito la consultazione “il Papeete della giustizia”, un riferimento esplicito – nel lessico politico locale – al momento di rottura rispetto a una certa retorica giudiziaria: il crollo di un populismo che, a suo dire, avrebbe perso di fronte al buon senso popolare. La lezione, ha aggiunto, sta nella possibilità di essere “seri, pragmatici”, un messaggio che arriva dritto alla vigilia della competizione per la successione a Palazzo Marino, una partita che lo stesso Sala ha aperto lasciando intendere di non voler abbandonare la scena politica, se le condizioni lo permetteranno.
Se Milano si conferma un’isola amministrativa del centrosinistra, il resto della Lombardia racconta invece una continuità politica che il centrodestra non può ignorare. Il Sì, che ha superato il 60 per cento nelle aree più industrializzate e storicamente vicine al voto moderato, rappresenta un’indicazione di campo chiara. Tuttavia, a complicare lo scenario per la coalizione di governo c’è un dato strutturale: la difficoltà a trovare una quadra sulla candidatura per il Comune di Milano. A sedici mesi dal voto, tra i partiti della maggioranza si respira un’aria di stallo operativo. Da un lato, le fonti di partito riferiscono di una spinta a chiudere rapidamente il cerchio, con Forza Italia che guarda con interesse a soluzioni civiche o allargate al mondo di Azione per intercettare l’elettorato moderato -7; dall’altro, persistono resistenze interne, con una Lega che teme di vedersi esautorata nelle scelte strategiche in un momento in cui i rapporti di forza tra gli alleati vengono ridiscussi anche in vista delle Regionali del 2028.
Il nodo non è solo chi, ma come si vincerà. Il centrodestra, infatti, guarda con attenzione alle mosse del governo in materia elettorale. A Roma, la maggioranza sta portando avanti un disegno di legge per abolire di fatto il ballottaggio nei comuni sopra i 15mila abitanti, abbassando la soglia per la vittoria al primo turno al 40 per cento e introducendo un premio di maggioranza del 60 per cento in consiglio comunale. Un’iniziativa caldeggiata dal ministro leghista Roberto Calderoli, che punta a scongiurare il ripetersi dei ribaltoni – come quelli visti a Udine o Campobasso – che hanno visto il centrosinistra prevalere al secondo turno nonostante lo svantaggio iniziale. Milano 2027, dove l’attuale sindaco Sala conclude il suo secondo mandato, rappresenta quindi il banco di prova perfetto per questa nuova architettura elettorale, che i partiti di opposizione contestano aspramente definendola un “taglia voti” studiato su misura per blindare le città oggi in mano al centrosinistra.
In questo quadro, il risultato referendario ha assunto i tratti di una cartina di tornasole anche per gli equilibri nazionali. Se da un lato la premier Giorgia Meloni ha subito rivendicato la necessità di andare avanti sul percorso di riforme, dall’altro il dato aggregato suggerisce un potenziale spostamento di consensi. Simulazioni effettuate sui flussi elettorali indicano che, traducendo il voto referendario in percentuali per le politiche, l’area progressista potrebbe risultare competitiva, con il centrosinistra capace di attivare segmenti dell’elettorato sensibili ai temi della giustizia e della trasparenza. Una prospettiva, questa, che spiega il tentativo del centrodestra di blindare il più possibile le regole del gioco prima della scadenza naturale della legislatura.




