Strage di lupi nel parco d’Abruzzo, il Comune di Pescasseroli vieta l’accesso a quattro località

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il silenzio della montagna, talvolta, è solo apparente. Sotto il manto nevoso o nell’intrico dei boschi che abbracciano il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm), si consuma una mattanza che le istituzioni, ormai da settimane, cercano di arginare con provvedimenti emergenziali. L’ultimo, in ordine di tempo, porta la firma del Comune di Pescasseroli, il quale ha emanato un’ordinanza che interdisce qualunque attività umana in quattro aree specifiche: Colli Alti, Colli Bassi, Vallone Serienti e Balzo della Croce. Un atto dovuto, questo, che arriva a valle del ritrovamento di numerose carcasse di lupo – ma non solo, vista la presenza di altri animali selvatici – i cui esami tossicologici hanno verosimilmente confermato il decesso per avvelenamento. Il provvedimento resterà in vigore fino a quando le operazioni di bonifica del terreno non saranno completate e, soprattutto, non si giungerà a una conclusione delle indagini avviate dai Carabinieri Forestali.

La conta sale a venti e la pista dei bocconi avvelenati

Quella che inizialmente sembrava una serie di episodi isolati, concentrati nella zona tra Alfedena e Pescasseroli, si è rivelata invece una sistematica strage. Nelle ultime tre settimane, il numero di lupi ritrovati senza vita ha subito un’impennata drammatica, fino a sfiorare quota venti esemplari. Una cifra, questa, che – come sottolineano gli inquirenti – rischia purtroppo di essere parziale, poiché i sopralluoghi delle unità cinofile specializzate nella ricerca di esche tossiche stanno ancora scandagliando il territorio. Il modus operandi appare chiaro agli investigatori: si utilizzano bocconi confezionati con veleno potente, spesso destinato a una singola preda, ma che poi viene ingerito accidentalmente dall’intero branco o dagli spazzini naturali della catena alimentare. Nessun dettaglio esplicito sulla natura del veleno è stato divulgato, per non compromettere le indagini, ma le fonti parlano di sostanze ad alta persistenza, capaci di uccidere anche a distanza di giorni.

La reazione delle associazioni e il Partito Democratico: “Fermare il bracconaggio”

La pressione mediatica, unita all’indignazione silenziosa di guide e naturalisti, ha acceso i riflettori su una piaga che il parco conosceva ma che mai si era manifestata con tale ferocia. Si sono mosse associazioni ambientaliste e animaliste – alcune delle quali hanno annunciato ricorsi e segnalazioni alla procura – mentre una nota congiunta firmata da Daniele Marinelli, segretario regionale del Partito Democratico, e da Antonio Di Santo, responsabile ambiente della stessa segreteria, ha definito la vicenda “un fatto di assoluta gravità che colpisce duramente la biodiversità e rischia di compromettere anni di faticosa convivenza tra uomo e natura”. Nella stessa dichiarazione, i due esponenti hanno però lanciato un monito preciso: non si devono trasformare le indagini in un attacco generalizzato agli allevatori locali, una categoria già in difficoltà con i predatori. Piuttosto, l’obiettivo – sostengono – dev’essere quello di fermare il bracconaggio, individuando i responsabili di questa “strage di fauna selvatica”.

Sul campo i Carabinieri Forestali e il ministero dell’Ambiente

Le indagini sono affidate al nucleo dei Carabinieri Forestali, che stanno procedendo a rilento data l’ampiezza delle aree da setacciare. Il ministro dell’Ambiente, in una breve dichiarazione, ha definito l’accaduto “un atto orrendo e grave”, assicurando che i controlli verranno intensificati in tutto il perimetro del Pnalm e nelle zone contigue. Sul tavolo della procura della Repubblica, intanto, è già stato aperto un fascicolo per uccisione di animali protetti – il lupo è specie rigorosamente protetta dalle normative europee – e l’ipotesi di disastro ambientale non è stata ancora scartata. La mobilitazione è totale: si teme che il veleno, se non rimosso con le bonifiche già avviate dal Comune di Pescasseroli, possa intossicare le falde acquifere o colpire altri animali domestici. Le quattro località interdette restano così presidiate, in attesa che i chimici dei laboratori forensi consegnino le ultime risposte. Per i lupi superstiti, quelli che ancora si aggirano tra i faggi e i dirupi, la sopravvivenza è diventata – loro malgrado – una questione di ore.

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