La diffida degli eredi di Mattei e lo scontro in famiglia: un nuovo capitolo della “sicurezza” secondo Meloni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ennesima tegola si abbatte sull’asse portante della narrativa di governo, quella della sicurezza, e stavolta a scagliarla non è l’opposizione, bensì il sangue di uno dei miti fondatori della storia repubblicana. Pietro Mattei, nipote (figlio del fratello minore Italo) del grande manager dell’Eni scomparso nel lontano 1962, ha ufficialmente diffidato Palazzo Chigi, con tanto di posta elettronica certificata, inibendo l’uso del cognome del celebre statista dell’energia per etichettare la strategia di cooperazione con l’Africa. Un atto formale, che sa di sfida giudiziaria, destinato a infiammare un dibattito già reso incandescente dal caos dell’ultimo decreto sicurezza e dalle tensioni post-referendarie che assediano la premier.

L’antitesi propagandistica secondo l’erede

Nella missiva indirizzata all’esecutivo, Pietro Mattei non ha usato mezzi termini: l’operato dell’attuale governo sarebbe in “totale antitesi” con le gesta di suo zio, riducendo il nome del fondatore dell’Eni a un mero strumento di “propaganda” rischiando così di “distorcere” irreparabilmente la sua eredità politica e morale. L’accusa, pesante come un macigno, investe direttamente le politiche di Giorgia Meloni su più fronti, dal caro energia all’immigrazione; laddove Mattei cercava la piena sovranità energetica e formava i giovani locali per rimandarli nei loro Paesi d’origine (un approccio lontano, si legge nella Pec, dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici), l’esecutivo mostrerebbe invece una “marcata subordinazione agli interessi degli Usa”. Una critica feroce che ha spinto il diretto interessato a dichiararsi pronto a intentare azioni legali, sia civili che penali, nel caso in cui il governo non dovesse fare marcia indietro.

La scissione familiare: la smentita di Rosangela

Se la Pec inviata a Palazzo Chigi rappresentava già una brutta grana per la premier, la vicenda si è ulteriormente complicata con l’irruzione pubblica di un’altra voce della stessa dinastia, destinata a ridimensionare la portata del “family feud”. Rosangela Mattei, sorella di Pietro e storica custode della memoria dello zio (dal lontano periodo in cui, appena tredicenne, iniziò a dedicarsi alla tutela dei suoi cimeli), ha definito l’iniziativa del consanguineo una “pura follia”, un’azione “sterile e isolata” che lei non ha mai condiviso né tantomeno firmato. In un acceso intervento stampa, Rosangela – nota anche come Rosy – ha ribaltato la prospettiva giudicando “positivo e lodevole” il lavoro dell’esecutivo, invitando anzi la famiglia a essere “entusiasti” che un personaggio di tale caratura venga ricordato per un piano di sviluppo cruciale per il futuro, piuttosto che disperdere energie in futili aule di tribunale.

Il vuoto politico del “Piano” e le reazioni parlamentari

Al di là della querelle familiare, che ha visto contrapposti i discendenti del fondatore dell’Eni (con Rosangela che ha sottolineato come il fratello non si sia mai occupato della memoria di Mattei prima d’ora), resta sul tappeto la sostanza evanescente del progetto governativo. Critiche durissime sono piovute anche dalle opposizioni in Parlamento, dove il presidente del M5S Giuseppe Conte ha attaccato duramente l’esecutivo, definendo il “Piano Mattei” una scatola vuota e strumentalizzata; analoghe interrogazioni sono state presentate da Avs, con la deputata Luana Zanella che ha sottolineato la “scelta radicalmente scorretta” di associare una figura di eccellenza, nota per il suo rapporto paritario con il Sud del mondo, a una politica giudicata come una sorta di “nuovo piano di colonizzazione”. In concreto, pochi sanno ancora in cosa consistano realmente questi accordi e gli investimenti, mentre i numeri degli sbarchi continuano a contraddire la retorica dell’”aiutiamoli a casa loro”.

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