Referendum costituzionale, il voto sulla giustizia apre le urne tra il sorteggio dei Csm e la fine della carriera unica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Cinquanta milioni di italiani, o almeno così recitano le liste elettorali, sono chiamati da domani, domenica 22 marzo, a esprimersi su una modifica radicale della Carta fondamentale, quella che riguarda il terzo pilastro dello Stato, la magistratura. Le urne resteranno aperte fino a lunedì sera, un lasso di tempo che restituisce alla consultazione – definita “confermativa” nel lessico giuridico – un’aura quasi solenne, sebbene manchi l’elemento che solitamente infiamma il dibattito sui referendum abrogativi: il quorum. In questo caso, come stabilito dall’articolo 138 della Costituzione, il risultato sarà valido a prescindere dal numero dei votanti, consegnando di fatto un peso specifico enorme a ogni singola scheda che verrà depositata, anche in un contesto di astensione elevata.

L’oggetto del voto è una legge di revisione costituzionale che intacca sette articoli della Costituzione, e lo fa in maniera organica, ridisegnando l’architettura del Consiglio Superiore della Magistratura e la natura stessa della carriera del magistrato. Il quesito, stampato sulla scheda verde che gli elettori troveranno nel seggio, chiede di approvare o respingere il testo che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento dell’organo di autogoverno – con la creazione di un Csm per i giudicanti e uno per i requirenti – e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. La posta in gioco, quindi, non è marginale: si tratta di rompere quel principio di unità della giurisdizione che i costituenti avevano voluto come argine a possibili ingerenze del potere politico.

La separazione delle carriere e il meccanismo del sorteggio

Se l’attuale sistema, basato sull’articolo 104, prevede un unico ordine dove le funzioni giudicanti e requirenti convivono sotto la stessa “toga”, la riforma propone di rendere quei percorsi non solo distinti ma anche impermeabili. Oggi, con la riforma Cartabia già in vigore, è prevista la possibilità di passare da un ruolo all’altro una sola volta nei primi nove anni di carriera e cambiando distretto; con il “Sì”, quella porta si chiuderebbe definitivamente. L’effetto più evidente, per chi segue le aule di giustizia, sarebbe la fine della cosiddetta “promiscuità” tra accusa e giudizio, un tema che ha sempre animato il dibattito tra giuristi e politici.

La modifica, però, non si ferma alla carriera del singolo magistrato ma investe anche gli organi di garanzia. L’attuale Consiglio Superiore, composto da 33 membri e presieduto dal capo dello Stato, verrebbe sostituito da due distinti consigli: uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente. A cambiare radicalmente sarebbe la modalità di selezione dei loro componenti. Se oggi i membri togati vengono eletti dai loro colleghi, con il nuovo testo entrerebbero in gioco due urne trasparenti: il sorteggio. Per i due terzi di componenti provenienti dalla magistratura, l’estrazione avverrebbe a sorte tra tutti i magistrati; per il terzo laico, si pescherebbe da un elenco di giuristi predisposto dal Parlamento in seduta comune. Un meccanismo, questo del sorteggio, che i sostenitori della riforma ritengono l’unico capace di azzerare il peso delle correnti interne alla magistratura, mentre i critici lo definiscono una svendita dell’autonomia della toga in nome della politica.

L’Alta Corte disciplinare e i numeri del voto

Completa il quadro istituzionale la nascita di una nuova Alta Corte disciplinare, un organismo composto da quindici membri – tra laici, magistrati di Cassazione e giuristi nominati dal presidente della Repubblica – che avrebbe il compito esclusivo di giudicare gli illeciti professionali dei magistrati, sottraendo questa funzione alla competenza del Csm. Si tratta di un terzo polo, autonomo rispetto ai due nuovi consigli, che andrebbe a gestire le sanzioni per le toghe. I promotori del “Sì” sottolineano come l’attuale sistema, affidato alla sezione disciplinare del Csm, sia stato spesso accusato di essere un “giudizio tra colleghi” poco severo; i contrari, invece, vedono in questo passaggio un ulteriore elemento di frammentazione e un possibile cavallo di Troia per l’esecutivo nella gestione delle carriere dei pm.

Le operazioni di voto, che coinvolgono circa 50 milioni di aventi diritto, inizieranno domani alle 7 per concludersi lunedì 23 marzo alle 15. Subito dopo la chiusura dei seggi, come da prassi, inizierà lo scrutinio. La peculiarità di questo referendum costituzionale, come detto, risiede nell’assenza di quorum: non serve che si rechi alle urne la metà più uno degli elettori perché la consultazione sia valida. Ciò significa che se vincesse il “Sì”, la riforma sarebbe promulgata e modificherebbe gli articoli della Costituzione; se vincesse il “No”, la legge di revisione decadrebbe definitivamente, mantenendo in vita l’impianto originario della Carta. I dati sull’affluenza, resi noti a partire dalla tarda mattinata di domani, offriranno quindi un termometro prezioso per leggere la mobilitazione del Paese.

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