Il siluro di Sechi contro Angelucci: “Licenziato mentre sono sotto scorta”. L’editore: “Ricostruzione strumentale”
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Redazione Interno
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“Angelucci mi ha licenziato. Lo ha fatto nel momento in cui sono finito sotto scorta, minacciato di morte dai terroristi anarco-insurrezionalisti”. La doccia fredda per il mondo dell’informazione, e per la redazione del quotidiano di via dell’Aprica, arriva direttamente da un post su X, firmato da Mario Sechi. Senza preamboli né ammortizzatori di sorta, l’ormai ex direttore ha reso pubblico il suo divorzio – doloroso e fumantino – dall’editore Antonio Angelucci.
Un messaggio asciutto, quello del giornalista, che ha scelto di legare a doppio filo la decisione dell’azionista di maggioranza con l’attuale stato di soggezione in cui versa a causa delle minacce subite: una scorta che, da un paio di settimane a questa parte, ha rivoluzionato le sue abitudini quotidiane e quelle della sua famiglia.
A far scattare la misura di protezione, disposta dalla questura di Milano, sono stati alcuni suoi editoriali ritenuti scomodi dalla galassia antagonista: quelli riguardanti la morte di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici deceduti il 20 marzo scorso a Roma in seguito all’esplosione di un ordigno che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, stavano confezionando in un casale abbandonato situato nel parco degli Acquedotti.
La replica dell’editore e il “valzer” delle poltrone
Se la versione di Sechi è quella di un licenziamento avvenuto nel bel mezzo della bufera personale, quella che filtra dagli ambienti della famiglia Angelucci (editrice anche de ‘Il Giornale’ e ‘Il Tempo’) dipinge un quadro radicalmente diverso. Fonti vicine alla testata hanno infatti definito la ricostruzione operata dal direttore come “strumentale”, sottolineando un dettaglio non secondario: il provvedimento di tutela nei confronti di Sechi sarebbe scattato già da circa tre settimane.
Un arco temporale, questo, che secondo i vertici del giornale renderebbe quantomeno improprio il tentativo di presentare l’allontanamento come una ritorsione personale legata allo status di “bersaglio” del terrorismo. Sullo sfondo, del resto, non si possono ignorare le frizioni pregresse tra l’editore e il direttore: divergenze sull’autonomia della linea editoriale e un “no” pesante opposto dal giornalista, che secondo alcuni osservatori avrebbero contribuito ad accelerare i tempi di un ricambio già nell’aria da tempo.
Il risultato concreto di questo terremoto interno è l’imminente ritorno di Alessandro Sallusti al timone di Libero, una sorta di valzer delle poltrone che riporta l’ex direttore (e attuale volto noto della televisione) a occupare quella stessa posizione che aveva lasciato tempo addietro per passare alla guida de ‘Il Giornale’.
Nonostante la scorta gli abbia cambiato la vita, trasformando ogni spostamento in una questione di Stato e costringendolo a convivere con l’ansia costante per la propria incolumità e quella degli agenti che lo accompagnano, Sechi ha dichiarato di non volersi fermare. Lo ha fatto attraverso un lungo racconto pubblicato sulle stesse colonne del giornale da cui è stato appena silurato, quasi a voler lanciare un messaggio diretto a chi lo minaccia: la sua penna, nonostante tutto, continuerà a muoversi.
“Eccomi qua, cannibali – ha scritto rivolgendosi idealmente ai suoi persecutori – avete cambiato la mia vita, ma io continuo a scrivere. Per non perderla”. Un’uscita, quest’ultima, che restituisce plasticamente lo stato d’animo di un giornalista che si sente accerchiato da due fronti: quello dell’eversione nera, da una parte, e quello dell’imprenditoria editoriale, dall’altra.
Il caso Sechi, al di là della semplice cronaca del licenziamento, apre uno squarcio sulle tensioni endogene che attraversano l’editoria di area conservatrice. Il fatto che un direttore venga sollevato dall’incarico mentre gode di una tutela rafforzata per le intimidazioni ricevute – misure che solitamente dovrebbero simboleggiare la vicinanza dello Stato a chi difende la libertà di stampa – rappresenta un paradosso solo apparente.
In ballo non ci sono solo i destini personali di Sechi o di Angelucci, ma la gestione di un’eredità pesante: quella di un giornale nato come trincea culturale e oggi costretto a fare i conti con equilibri di potere interni, con le pressioni politiche del presente e con la necessità di preservare quella che un tempo veniva definita autonomia delle teste di cuoio. La notizia, per quanto bruciante, è destinata a lasciare il segno nel dibattito professionale, laddove la sicurezza di chi racconta i fatti rischia di diventare vittima collaterale delle scelte altrui.
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