Social e minori, quel processo a Los Angeles che ha portato Zuckerberg sul banco dei testimoni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non è soltanto l’ennesima udienza in un’aula di tribunale americano, e nemmeno una delle tante comparizioni davanti a commissioni congressuali a cui Mark Zuckerberg, nel corso degli anni, ci ha ormai abituati. Il procedimento che in queste settimane si sta svolgendo a Los Angeles, e che ha visto il fondatore di Meta salire sul banco dei testimoni per rispondere alle domande di una giuria popolare, rappresenta uno spartiacque giuridico e culturale nel rapporto, ormai logoro, tra i giganti del web e le nuove generazioni. Al centro della disputa, come riportano i documenti depositati dagli avvocati della ricorrente – una ventenne californiana che ha usato piattaforme come YouTube fin dall’età di sei anni e Instagram a partire dagli undici – non ci sono tanto i singoli contenuti pubblicati dagli utenti, quanto l’architettura stessa dei servizi: quei meccanismi, cioè, studiati per catturare e trattenere l’attenzione, definiti senza mezzi termini dagli atti giudiziari come veri e propri “casinò” digitali in cui, citando una delle espressioni contenute nelle carte processuali, “il banco vince sempre”.

L’impostazione della difesa, per certi versi, segue un copione già visto: Zuckerberg, in abito scuro e cravatta, ha negato che esistano obiettivi aziendali finalizzati a massimizzare il tempo di permanenza online dei minori, ribadendo al contempo come le policy di Meta vietino l’iscrizione ai minori di tredici anni e come l’azienda, pur ammettendo qualche difficoltà nel controllo capillare delle età, investa risorse per rimuovere gli account sospetti. Ma l’avvocato della giovane attrice, Mark Lanier, ha incalzato il CEO su un punto ben preciso, mostrandogli documenti interni in cui si discuteva dell’opportunità di “prendere i teenagers fin da preadolescenti” per fidelizzarli nel lungo periodo. È su queste intercettazioni, per così dire, della comunicazione aziendale che si gioca la partita più delicata: stabilire, cioè, se quelle che una volta venivano chiamate generiche “funzionalità coinvolgenti” – il feed infinito, l’autoplay, i sistemi di raccomandazione algoritmica – possano essere giuridicamente qualificate come prodotti difettosi o pratiche commerciali sleali, aggirando così quelle immunità che la legge americana, in particolare la Section 230, garantisce alle piattaforme per i contenuti generati dagli utenti.

La testimonianza e la fragilità del sistema di protezione

Di fronte a una giuria composta da dodici cittadini, chiamati a decidere entro la fine di marzo, la testimonianza di Zuckerberg ha offerto momenti di tensione evidente, soprattutto quando l’interrogatorio si è spostato sulla reale efficacia dei sistemi di verifica dell’età. La ragazza al centro del caso, identificata con le iniziali K.G.M., ha raccontato di aver navigato su Instagram fin dai nove anni, nonostante il divieto formale. Un paradosso, questo, che solleva interrogativi sulla responsabilità di chi progetta strumenti così potenti da penetrare le difese familiari senza, dall’altra parte, riuscire a blindare l’accesso ai più piccoli. La difesa di Meta, dal canto suo, ha cercato di spostare il baricentro del dibattito, sostenendo che i disturbi di cui soffre la ragazza – depressione, ansia, dismorfismo reo – potrebbero trovare origine in un contesto familiare complicato piuttosto che nell’uso dei social. Una linea argomentativa che, però, non scalfisce il nodo principale: il design di questi prodotti, indipendentemente dalle storie personali, è pensato per massimizzare l’engagement, e l’engagement, nei minori, significa ore sottratte al sonno, allo studio, alle relazioni reali.

Oltre il caso specifico, un modello di business sotto accusa

Snapchat e TikTok, inizialmente coinvolti nella causa, hanno già raggiunto un accordo con la ricorrente, patteggiando una soluzione economica prima dell’inizio del dibattimento. Meta e Google, invece, hanno scelto di affrontare il processo, forse per scongiurare un effetto domino che potrebbe aprire le porte a migliaia di altre cause – si parla di oltre millenovecento procedimenti simili in tutti gli Stati Uniti – accumulati nei tribunali federali e statali. Quello che stupisce, leggendo le cronache, è la distanza siderale tra la narrazione pubblica delle aziende – tutta incentrata su strumenti di parental control, benessere digitale e iniziative di protezione – e ciò che emerge dalle email e dai memo interni, dove l’obiettivo di “crescita” sembra prevalere su qualsiasi altra considerazione. Non è un caso che l’avvocato Lanier, nel suo interrogatorio, abbia citato il tema delle ricompense personali di Zuckerberg, legate agli utili aziendali, quasi a voler suggerire che il conflitto d’interessi tra la salute pubblica e il profitto sia, in questo contesto, semplicemente insanabile.

Le voci della psicologia e l’assenza degli adulti

Mentre a Los Angeles si discute di algoritmi e responsabilità penali delle ration, il dibattito pubblico si intreccia inevitabilmente con le riflessioni di chi studia da anni lo sviluppo cognitivo ed emotivo dei minori. Daniela Lucangeli, psicologa dello sviluppo e professoressa all’Università di Padova, da tempo mette in guardia contro quella che definisce una sottovalutazione del danno: i social, nella sua analisi, funzionano un po’ come “pozzi avvelenati” se non c’è un adulto capace di fare da guida, ma al tempo stesso, dice, “negarli ai ragazzi è inutile”. Il punto, per la studiosa, non è tanto il dispositivo in sé, quanto ciò che quel dispositivo attiva a livello neurobiologico. L’umore basso, l’ansia, la sofferenza legata al giudizio altrui – fenomeni in forte aumento tra gli adolescenti – trovano terreno fertile in un ecosistema digitale che premia la gratificazione istantanea e la comparazione sociale continua. E in questo scenario, l’assenza di figure adulte capaci di svolgere una funzione “maieutica”, per usare le parole della Lucangeli, lascia i ragazzi soli di fronte a macchine progettate per non smettere mai di richiedere la loro attenzione. Fuori dal tribunale di Los Angeles, del resto, si sono radunati genitori con i volti segnati dal dolore, alcuni con le fotografie dei figli che non ci sono più: un promemoria silenzioso, ma terribilmente concreto, di ciò che significa, nella vita reale, la fine di quell’alleanza educativa che la tecnologia avrebbe dovuto sostenere e che, invece, ha contribuito a frantumare.

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