L’Atalanta non si ferma più: a Lecce è un monologo, Palladino vede l’Europa

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il punteggio, per quanto netto, racconta solo in parte la disparità tecnica e tattica emersa dal terreno dello stadio Via del Mare, dove l’Atalanta ha imposto il proprio gioco sin dai primi minuti. La sfida, valida per la trentunesima giornata di campionato, si è trasformata in un’occasione quasi didattica: da un lato, la Dea di Raffaele Palladino – che ormai guida la squadra da più di un anno, avendo sostituito Ivan Juric nello scorso novembre – ha mostrato una solidità e una lucidità degne della massima categoria; dall’altro, un Lecce apparso timido, impreciso, forse intimorito dall’importanza del match. E così, mentre i salentini affondano nei bassifondi della classifica, i bergamaschi ridanno fiato alle proprie ambizioni europee, complice anche il passo falso di Roma e Como.

La strategia vincente e i colpi decisivi

A dispetto di una vigilia che lasciava presagire possibili insidie – la trasferta più lunga della stagione, il caldo e la sosta per gli impegni delle nazionali potevano rappresentare delle variabili – Palladino ha confezionato una prestazione priva di sbavature. Il tecnico, che non ha voluto sottovalutare l’impegno schierando la formazione più forte possibile, ha chiesto ai suoi di aggredire gli spazi, e loro lo hanno fatto con cinismo. Il primo sigillo porta la firma di Giorgio Scalvini, il difensore trasformatosi in centravanti al ventinovesimo: bravo a inserirsi a fari spenti su perfetto suggerimento di Charles De Ketelaere e a trafiggere un incolpevole Wladimiro Falcone, il quale, nonostante i tre gol subiti, si è reso protagonista di almeno un paio di interventi miracolosi che hanno evitato un passivo ancora più pesante.

La musica non cambia nella ripresa. Anzi, l’Atalanta alza ulteriormente il ritmo. Un gol di Ederson viene annullato per un fuorigioco millimetrico, ma l’errore arbitrale (corretto dal Var) non frena l’impeto nerazzurro. Al quattordicesimo, infatti, arriva il raddoppio che spezza definitivamente le gambe ai giallorossi: ancora De Ketelaere – vero e proprio faro della manovra – imbecca l’ex di turno, Nikola Krstovic, che realizza con un diagonale chirurgico. Lui, che aveva vestito la maglia del Lecce, sceglie la via del rispetto: niente esultanza, solo un gesto di scuse verso la curva che un tempo lo osannava. A chiudere i conti ci pensa Giacomo Raspadori, subentrato dalla panchina, che al ventottesimo fulmina Falcone con un mancino potente su assist di Mario Pasalic. È il tris, ed è un boato silenzioso per i 77 tifosi giunti dalla provincia bergamasca.

L’epopea del tifo: mille chilometri e una gita fuori porta

Se il campo parla chiaro, la cornice umana regala la vera poesia della giornata. Non è solo calcio, quello che si respira nel Salento, è un intreccio di culture, tradizioni e, come suggeriva qualcuno, un “museo a cielo aperto” dove il barocco leccese incontra il pragmatismo bergamasco. Dalla terra dei Mille, sono partiti in 77: un numero quasi simbolico, quello dei ragazzi che hanno affrontato ore e ore di pullman (qualcuno ha scelto l’aereo, ma la stragrande maggioranza ha preferito la via lenta) per coprire i 1056 chilometri che separano Bergamo dal capoluogo salentino. Dodici ore di viaggio, lasagne e anelli fritti preparati da una tifosa residente a Bari, e un’accoglienza tipicamente meridionale: un mix di sacrificio e passione che fa da contraltare alla prestazione opaca dei padroni di casa. Per i leccesi, invece, sembrava davvero il prolungamento delle festività pasquali: una disattenzione collettiva, un’amichevole d’agosto giocata a fine primavera.

I riflettori sulla fascia e lo sviluppo dell’inchiesta tattica

Dall’angolo della cronaca sportiva pura, emergono dettagli che definiscono il solco tra le due squadre. Da una parte, l’abnegazione dell’Atalanta: il dato della “difesa d’acciaio” non è una metafora. Marco Carnesecchi, tra i pali, ha vissuto un pomeriggio di sostanziale inoperosità, testimonianza di un reparto arretrato che ha concesso pochissimo alle folate di Lameck Banda, il più vivace tra i salentini. Dall’altra, lo sbandamento tattico del Lecce: la linea alta voluta da Eusebio Di Francesco è stata un’arma a doppio taglio, costantemente tagliata dagli inserimenti dei centrocampisti orobici. Capitan Wladimiro Falcone – eletto “salentino d’adozione” a furor di popolo – ha tentato di tenere in vita i suoi con parate da urlo, in particolare su De Ketelaere e su una conclusione a botta sicura di Krstovic nel primo tempo, ma da solo non poteva bastare. La difesa, con reparti lasciati scoperti, è apparsa fragile, quasi “spaccata in due” come avrebbe ammesso l’allenatore nel post-partita. Mentre i bergamaschi si godono il giorno libero concesso da Palladino – che aveva programmato un’amichevole poi annullata – i giallorossi sono chiamati a un esame di coscienza immediato: la Cremonese, ferma a quota 27 come loro, aspetta solo un passo falso per affondare il coltello nella piaga.

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