Funerale di Maria Cristina Gallo, la professoressa che denunciò i ritardi nei referti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La cattedrale di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, non è riuscita a contenere tutti coloro che hanno voluto dare l’ultimo saluto a Maria Cristina Gallo, la professognante di italiano scomparsa a cinquantasei anni dopo una lunga battaglia contro una malattia aggressiva, un leiomiosarcoma che le era stato diagnosticato soltanto in fase ormai avanzata. La sua storia, che ha travalicato i confini personali per diventare un simbolo di una battaglia più ampia, era iniziata con una denuncia pubblica, un grido d’allarme contro i ritardi che avevano caratterizzato la consegna del referto istologico seguito a una biopsia: un’attesa di otto mesi, un tempo che, come lei stessa aveva sottolineato, si era rivelato prezioso e irrecuperabile. Ad accogliere il feretro, all’ingresso della chiesa, sono stati i ragazzi con disabilità del laboratorio creativo dell’Unitalsi, dove Maria Cristina, nonostante la sua condizione, aveva scelto di dedicare le sue energie come volontaria fino all’ultimo, dimostrando una generosità che ha segnato profondamente tutti coloro che l’hanno conosciuta.

La denuncia e l'inchiesta della Procura

Proprio dalla sua coraggiosa decisione di portare alla luce un disagio collettivo è nata un’inchiesta della Procura di Trapani, la quale, mettendo a fuoco le dinamiche che hanno portato a un tale accumulo di pratiche in sospeso, ha scoperto l’esistenza di oltre tremila vetrini – i campioni di tessuto da analizzare – che giacevano in attesa di essere esaminati. Una situazione di stallo, questa, che dopo il suo sfogo pubblico è stata sbloccata in soli dieci giorni, con lo smaltimento di quella coda che sembrava insormontabile. L’indagine, che procede con il suo iter, vede al momento coinvolte, con lo status di indagati, diciannove persone tra medici, tecnici di laboratorio e infermieri, chiamate a rispondere delle proprie responsabilità in un sistema che ha mostrato crepe profonde.

Il ricordo del marito e la forza di una lotta

A tratteggiare il ritratto di una donna dalla forza d’animo non comune è stato il marito, Giorgio Tranchida, il quale ha ricordato come Maria Cristina abbia combattuto fino all’ultimo respiro “senza mai una parola di rabbia, di rancore, di odio e di vendetta per tutto quello che è accaduto”. Una serenità interiore, la sua, che non è mai venuta meno neppure di fronte alla consapevolezza dei progetti infranti, come il desiderio di diventare nonna o la speranza di poter vedere il figlio raggiungere il traguardo del diploma. Il suo impegno, d’altronde, non si è limitato alla sfera privata ma si è esteso a un’azione concreta, quella del volontariato, che ha rappresentato un ulteriore tassello di una vita spesa per gli altri.

Le parole del vescovo e del padre spirituale

Durante la cerimonia funebre, il vescovo ha voluto ricordare come Maria Cristina Gallo abbia “sparso semi di speranza”, un’eredità morale che va ben al di là della sua vicenda personale e che si è incarnata in una battaglia di civiltà per il diritto alla salute. Concetti questi ribaditi anche da don Giacinto Leone, che è stato il suo padre spirituale negli anni più difficili, il quale ha definito la sua storia una “battaglia civile”, sottolineando come la sua sofferenza abbia avuto il merito di accendere i riflettori su una problematica che affligge molti. Le sue parole, come del resto l’intera vicenda, pongono interrogativi cruciali su un sistema sanitario che, in alcuni suoi snodi, mostra di non riuscire a garantire i tempi essenziali per le cure, con conseguenze che troppo spesso, purtroppo, si rivelano irreparabili per chi, come Maria Cristina, aspetta una risposta che arriva quando ormai non è più possibile invertire un destino già segnato.

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