Lanciò la bici dai Murazzi: dopo quasi tre anni la giovane è scarcerata

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una decisione del tribunale di sorveglianza di Genova, che ha valutato positivamente il percorso di maturazione intrapreso, ha portato alla scarcerazione di una delle persone coinvolte nella drammatica vicenda che, nella notte del 21 gennaio 2023, mutò per sempre la vita di Mauro Glorioso. La giovane, che all'epoca dei fatti era minorenne e che ha scontato due anni e undici mesi di una condanna a sei anni e otto mesi, è tornata in libertà dopo aver ottenuto l'affidamento in prova ai servizi sociali. I giudici, come si apprende da alcune dichiarazioni riportate dalla stampa, hanno ritenuto che dimostrasse una comprensione della gravità del gesto commesso, un elemento considerato fondamentale per avviare un programma di recupero al di fuori delle mura carcerarie.

Un gesto che segnò una vita

La dinamica, ricostruita in sede processuale, vede quel che è accaduto mentre il giovane studente palermitano, iscritto a Medicina, attendeva in fila per accedere a una discoteca lungo i Murazzi di Torino. La bicicletta a pedalata assistita, lanciata dall'alto del bastione, lo colpì con violenza, causandogli lesioni al midollo spinale di tale entità da renderlo tetraplegico, condannandolo alla permanente immobilità su una sedia a rotelle. Un atto di inconsulta violenza, compiuto in gruppo e senza un movente chiaro, che ha sollevato un profondo dibattito sulla sicurezza e sulla deriva di certi comportamenti giovanili, oltre a lasciare una ferita indelebile nella vittima e nei suoi cari.

La reazione della famiglia Glorioso

Contro la decisione di concedere la misura alternativa alla detenzione si è levata, netta e sofferente, la voce della famiglia di Mauro. Attraverso il proprio legale, l'avvocato Simona Grabbi, hanno espresso un sentimento di «costernazione», lamentando di non essere mai stati interpellati nel corso dell'iter che ha portato alla scarcerazione. «Non siamo stati neanche chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa – hanno affermato – né sugli eventuali gesti di resipiscenza, che sono stati semplicemente inesistenti». Una posizione che evidenzia il profondo distacco, spesso percepito dalle vittime di reati gravi, tra il percorso giudiziario degli autori del fatto e il loro diritto a essere informati e ascoltati, un aspetto cruciale della giustizia riparativa e penale.

Il percorso giudiziario e la difesa

Dall'altro lato, la difesa della giovane, rappresentata dall'avvocato Guglielmo Busatto, ha sottolineato il cambiamento interiore della propria assistita nel corso del periodo detentivo. «La nostra assistita ha dato prova, con l'andare del tempo, di essere cambiata e di avere compreso la gravità di quel che è successo», ha spiegato Busatto, difendendo la legittimità della decisione del tribunale di sorveglianza. L'affidamento in prova rappresenta, nella filosofia della legge penale minorile italiana, uno strumento finalizzato non alla mera punizione, bensì al reinserimento sociale, a patto che sussistano concrete prospettive di rieducazione. La vicenda, pur concludendo una fase carceraria, lascia comunque aperta una piaga profonda, quella di una vita spezzata e di un dolore che la giustizia penale, con i suoi tempi e le sue logiche, fatica spesso a comprendere e a sanare completamente.

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