Per un pugno di voti, il Perù si ferma davanti alla lente d’ingrandimento

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono solo poche centinaia di preferenze, in un mare di oltre venti milioni di cittadini chiamati alle urne, a separare i due candidati che si contendono la poltrona più alta della nazione andina, un divario talmente esiguo – appena lo 0,2% secondo le ultime rilevazioni – da rendere impossibile decretare un vincitore senza prima aver setacciato ogni singola scheda contestata.

L'ago della bilancia, in questo testa a testa da manuale di suspence elettorale, potrebbe pendere da una parte o dall'altra quando termineranno i riconteggi; da un lato troviamo Roberto Sánchez, il nazionalista di sinistra che fu ministro nel breve ed effervescente governo di Pedro Castillo (l’ex presidente oggi dietro le sbarre con una pesante condanna per tentato golpe), dall’altro Keiko Fujimori, rappresentante della destra conservatrice ed erede dell’ambiguo lascito politico del padre Alberto, il dittatore morto due anni fa la cui ombra continua a proiettarsi pesantemente sulla politica

Peruviana.

Il conteggio che non finisce: i numeri e le procedure in atto

L'ultimo aggiornamento ufficiale diffuso dall'Officina Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE), sebbene provvisorio, racconta di una competizione senza precedenti per vicinanza: con più del 97% delle schede scrutinate, Sánchez galleggiava attorno al 50,05% delle preferenze, mentre la sua avversaria della coalizione Fuerza Popular si attestava sul 49,94%.

Una frazione di punto percentuale che, tradotta in termini numerici, equivale a un pugno di voti (si stima meno di mille e quattrocento) sufficiente però a innescare il meccanismo più temuto e affascinante della democrazia: la verifica fisica del voto. Il Giurì Nazionale delle Elezioni (JNE), consapevole della fragilità del sistema e della pressione mediatica internazionale, ha già messo in moto la macchina organizzativa per gestire le cosiddette "attestazioni osservate" e quelle contenenti voti impugnati.

Non si tratta, va detto, di un semplice ricalcolo al computer, ma di un'operazione quasi artigianale: in aule apposite, i giudici elettorali apriranno i plichi sigillati provenienti dai seggi dove sono emerse irregolarità formali – che vanno da un semplice errore di addizione alla mancanza di una firma indispensabile – per ricontare fisicamente ogni singola cedola sotto lo sguardo vigile dei rappresentanti dei partiti e del pubblico ministero.

Una stabilità economica messa a dura prova dall’incertezza

La posta in gioco, per gli analisti del Fondo Monetario Internazionale, è altissima, poiché il Perù rappresenta un paradosso vivente nel panorama latinoamericano: gode di fondamentali macroeconomici invidiabili (un debito pubblico fra i più bassi della regione, riserve internazionali record che sfiorano i 90 miliardi di dollari e un'inflazione tornata sotto controllo) ma sconta una volatilità politica cronica che rischia di vanificare decenni di buone pratiche fiscali.

La nazione andina, che proprio in questi mesi beneficia di termini di scambio favorevoli grazie ai prezzi elevati dei minerali come il rame e l'oro, vede allontanarsi gli investitori esteri ogni volta che il clima istituzionale si surriscalda; e un ballottaggio risolto a colpi di riconteggi e denunce di brogli – Sánchez ha già annunciato battaglia legale chiedendo l'annullamento dei voti in centinaia di seggi, in particolare quelli allestiti negli Stati Uniti dove la Fujimori ha stravinto – rappresenta esattamente il tipo di tempesta perfetta che la Banca Centrale locale sperava di evitare.

Due visioni opposte per un paese stanco della violenza

Al di là della giungla burocratica delle contestazioni, a dividere i due contendenti ci sono programmi radicalmente alternativi, quasi fossero l'immagine speculare delle fratture sociali che attraversano Lima e l'entroterra.

La Fujimori, alla sua quarta crociata elettorale dopo altrettante sconfitte di misura, punta tutto su un'agenda di sicurezza dura e di deregulation economica, promettendo di istituire carceri di massima sicurezza e di espellere gli immigrati irregolari per rispondere all'escalation di estorsioni e traffico di cocaina che ha trasformato molte aree urbane in territori di guerra.

Dall'altra parte, Sánchez – che fu stretto collaboratore di Castillo – propone una svolta a sinistra più moderata di quanto si potrebbe pensare, mirando a una parziale nazionalizzazione delle risorse minerarie (un tema caldissimo in un paese dove le multinazionali straniere controllano l'estrazione) senza però rinnegare del tutto la disciplina fiscale che tanto piace agli investitori.

L'unico punto d'incontro, forse, è proprio l'incertezza: per sapere chi dei due siederà a palazzo Pizarro, approfittando di una fragilità esecutiva che ha già polverizzato la carica di otto presidenti negli ultimi dieci anni, bisognerà attendere che i giudici terminino il loro lento e minuzioso lavoro sulle schede contese.

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